Il testamento biologico: qualche obiezione / 2

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Continuiamo il nostro approfondimento sul testamento biologico, argomento strettamente legato a quello dell’eutanasia, oggi molto dibattuto. Nella prima parte dell’articolo abbiamo visto come già adesso l’accanimento terapeutico sia vietato e soprattutto come il testamento biologico stravolga alla base il normale rapporto che è sempre esistito tra il medico (che ha il compito di curare il malato) e il malato stesso. Continuiamo a ragionare sull’articolo, che è stato tratto dal sito Documentazione.info.   Alimentazione e idratazione non sono terapie Nel testo proposto si legge che il malato chiede «di non essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico né a idratazione e alimentazione forzate e artificiali in caso di impossibilità ad alimentarmi autonomamente». In pratica il malato che redige il testamento biologico si espone volontariamente, ma forse ne è ignaro, al rischio di morire di fame e di sete in quanto rinuncia all’idratazione e all’alimentazione mediante flebo. Proporre questo tipo di testamenti sarebbe un atto di solidarietà e di pietà? Le motivazioni addotte a favore del testamento biologico giocano su un’ambiguità: per evitare l’accanimento terapeutico si propone il testamento biologico, cioè la generica e vaga rinuncia a terapie. Tuttavia, mentre è moralmente lecito, anzi doveroso, sospendere tutti quegli atti diagnostici o/e terapeutici che si configurano come accanimento ostinato, non è mai lecito omettere di idratare e alimentare, perché idratare e alimentare non sono terapie. Se lo fossero, allora tutte le volte che ci sediamo a tavola ci sottoporremo a una terapia? Ma il testamento biologico è l’unica cosa che un oncologo può offrire a un malato in fase avanzata? Esistono delle alternative? Le pressioni eutanasiche Le proposte a favore del testamento biologico destano sconcerto. Nella sua genericità legittima l’abbandono terapeutico di molti malati che grazie alle moderne tecnologie potrebbero continuare a vivere e ad esprimere la loro personalità. Attenua la solidarietà umana e il vincolo morale e professionale che lega il medico al bene della persona malata. Spinge verso l’eutanasia volontaria e preventiva. Dal punto di vista sociale è particolarmente pericolosa perché le persone più anziane e più sole, più vulnerabili sarebbero più esposte al richiamo «di farla finita al più presto». D’altronde come ha riconosciuto un’associazione di psicologi olandesi dopo la legalizzazione dell’eutanasia, gli individui più vulnerabili avvertono una pressione, reale o immaginaria, che li spinge a richiedere di accelerare la morte e sono spesso assaliti dal dubbio di essere di peso alla società. La terapia del dolore Lo sconcerto aumenta se pensiamo che la proposta è stata lanciata da un noto oncologo, il quale dovrebbe essere esperto nel lenire il dolore, se non è possibile la cura, e non nel suggerire una morte anticipata e dolorosa. Desta meraviglia anche il fatto che i mass media parlino tanto di eutanasia o di testamento biologico, mentre tacciono sui continui progressi nel trattamento del dolore, soprattutto grazie a un dosaggio calibrato di morfina. La proposta a favore del testamento biologico risulta deprimente. Mentre le proposte solidaristiche, che mirano ad accogliere le esigenze dei malati in fase acuta e avanzata, sono quelle che puntano sulla ricerca scientifica e farmacologica nel trattamento del dolore e sulla formazione di personale specializzato nel sostegno e nella cura dei malati e dei loro congiunti. Il principio che sorregge questo strumento è discutibile e la sua credibilità è più che dubbia, vista «la frequenza dei casi in cui il malato sconfessa il suo documento quando è giunta l’ora di applicarlo». La convenzione di biomedicina del Consiglio d’Europa La Convenzione di biomedicina, firmata dal Consiglio d’Europa a Oviedo il 20 settembre 1996, all’art. 9 afferma che «Saranno presi in considerazione i desideri espressi in precedenza in merito a un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà». Al paragrafo 62 del rapporto esplicativo di questa convenzione si afferma che tenere presenti i desideri del paziente non significa che essi debbano essere necessariamente eseguiti, perché potrebbero non aver tenuto conto dei progressi scientifici e delle nuove terapie disponibili. Il Comitato Nazionale per la Bioetica Il Comitato Nazionale per la Bioetica il 18 dicembre 2003 ha approvato il documento: Dichiarazioni anticipate di trattamento.  Offre una visione positiva delle dichiarazioni anticipate presentandole come una legittima opportunità di «continuazione del dialogo», sia pure imperfetto, tra medico e paziente. Le dichiarazioni non possono servire a richiedere pratiche che siano contra legem, come tecniche eutanasiche. Il CNB indica due modalità per rendere più «efficaci» e meno astratti i contenuti: redigere le dichiarazioni 1) all’inizio della malattia o nel corso di essa quando si delineano meglio evoluzione e prognosi; 2) con l’assistenza del medico curante. In questo modo viene coinvolta l’integrità morale e la responsabilità deontologica del medico che assiste il suo paziente in questo delicato momento informativo. Le dichiarazioni non hanno carattere giuridico vincolante per il medico, proprio per questo è stata preferita la dizione «dichiarazioni» a «testamento di vita».  

Saverio Sgroi

Educatore e giornalista, con una grande passione per tutto quello che riguarda il mondo degli adolescenti, dai quali non finisco mai di imparare. Per loro e con loro mi sono imbarcato su questa nave di C&V, di cui sono il "capitano". Ma come tutti i capitani, non potrei nulla senza una grande squadra ;-)