Il testamento biologico: qualche obiezione / 3

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Completiamo la trattazione di un tema attuale e delicato come quello del testamento biologico. Dopo aver approfondito la situazione attuale sull’accanimento terapeutico e sulla terapia del dolore ed aver riflettuto sull’autentico rapporto tra il medico (che ha il compito di curare il malato) e il malato stesso, proviamo ad immaginare adesso che cosa succederebbe se passasse la cultura della morte. D’altra parte basta guardare ai Paesi che applicano già la “dolce morte” per rimanere molto perplessi…   Ecco la terza ed ultima parte dell”articolo, che è stato tratto dal sito Documentazione.info. Disporre del bene vita La meta molto probabile dell’introdurre il testamento biologico o le dichiarazioni anticipate di trattamento è disporre del bene vita, cioè disporre di un bene indisponibile e inalienabile di ogni essere umano. È verosimile che si voglia percorrere una strategia «carciofo»: prima mossa, ti faccio democraticamente scegliere come morire; seconda mossa, determiniamo in astratto quali sono quelle condizioni di vita insostenibili e non degne di essere vissute; terza mossa, alcuni decideranno quale vita è degna di essere vissuta e quale no. La vita ridotta a “vita biologica” Inoltre, il testamento biologico suppone che la vita sia solo la vita nel suo aspetto biologico. E gli altri aspetti della complessa esistenza umana? Altro timore è che queste leggi o i vari documenti di fine vita siano interpretati di fatto come un’apertura all’eutanasia passiva o all’abbandono del malato e che poi vengano usati a nostro danno personale, magari per risparmiare costi o liberare un letto. Infine, alla base di queste proposte del testamento biologico c’è una cultura del sospetto, il sospetto nei confronti del medico, come si stentasse a credere che oggi il medico sia in grado di assumere una decisione che miri al vero bene del paziente. Dietro la domanda di morte: solitudine e paura Di fronte alle varie iniziative di introdurre più o meno apertamente forme di eutanasia è necessario ricordare che la domanda di morte espressa da un paziente va interpretata e che dietro di essa nella stragrande maggioranza dei casi si cela la domanda di aiuto e di non restare soli. Coloro che propongono la legalizzazione dell’eutanasia sono soliti portare esempi di singoli pazienti la cui decisione di morire sembra consolidata e irreversibile. Ma dobbiamo riconoscere che la situazione della stragrande maggioranza dei malati oncologici e in fin di vita è ben diversa: questi non chiedono di farsi uccidere, chiedono piuttosto di non essere abbandonati né dai parenti, né dagli amici, né dai medici. L’eutanasia si rivela perciò come la risposta sbagliata a un problema realmente drammatico. Esistono delle risposte umanamente eccellenti a questo problema, come le cure palliative, la sedazione del dolore, e l’accompagnamento verso la morte con senso di compassione e con prossimità, valori accettabili anche da chi non crede. Riduzionismo eutanasico Inoltre, l’eutanasia e il testamento biologico operano almeno due forme di riduzionismo:  riducono la morte a una meccanica prassi burocratica e standardizzano casi clinici, ognuno dei quali ha una sua tipicità del tutto singolare; riducono impercettibilmente il medico da professionista che si obbliga nei confronti del malato a impiegare determinati mezzi al mero operatore che si obbliga a ottenere precisi risultati. Il tabù della morte È particolarmente urgente fugare qualsiasi tabù sulla morte e, anzi, riscoprire che il momento finale dell’esistenza è tanto carico di significato quanto la vita che lo ha preceduto. Se l’esistenza è stata qualitativamente alta, il momento della morte sarà altrettanto alto. La tentazione di distinguere vite degne e vite indegne Altrettanto urgente è assicurare da un lato la libertà di rifiutare le cure e dall’altro costruire un sistema di garanzie e cautele che non lascino adito a dubbi perché sbagliare in questo campo è un gesto senza rimedio e si chiama omicidio. Non insistere in terapie inutili è una buona e legittima scelta dettata dal buon senso e corrisponde a rifiutare l’accanimento: il medico si assume la responsabilità tipica del professionista di valutare insieme al paziente gli effettivi benefici della cura in quel concreto quadro clinico. Senza mai cedere alla tentazione di distinguere vite di qualità da vite non più degne di essere vissute, una civiltà umana degna di questo nome si sforzerà, per quanto è attualmente possibile, di garantire una alta qualità di vita anche ai malati che sono oramai giunti alla fine.

Saverio Sgroi

Educatore con una grande passione per tutto quello che riguarda il mondo dei giovani, dai quali non finisco mai di imparare. Per loro e con loro mi sono imbarcato su questa nave di C&V, di cui sono stato il "capitano" fino alla fine del 2016. Poi ho lasciato la barca ai più giovani, con la convinzione che sapranno condurla verso porti sempre più prestigiosi.