Il tiro al bersaglio ai bambini Down? Parte dalla diagnosi prenatale…

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Un gruppo di persone ha aperto su Facebook una pagina intitolata Giochiamo al bersaglio con i bambini Down. Non mi sono stupito. Mi ha addolorato ma era prevedibile: stupisce semmai che ci sia chi crede di essere originale a stigmatizzare i malati di Sindrome Down. Pensano forse di dire una cosa nuova?

Ma accade ogni giorno in mille e mille parti del mondo, e non solo per colpa del bullismo, che le persone Down, prima o dopo la nascita, vengano trattate diversamente dagli altri! Da una parte si spende per l’integrazione e la rimozione delle barriere; dall’altra miliardi sono spesi con la diagnosi prenatale genetica per investigare prima della nascita se il bimbo ha la sindrome Down, – diagnosi cui nella maggior parte dei casi segue un aborto – mentre solo gli spiccioli vengono usati per cercare una reale terapia; questo messaggio ambivalente non può che creare disorientamento.

E come non restare disorientati di fronte al clima culturale e sociale che porta quasi ogni donna in Italia ad eseguire uno screening – talvolta invasivo, talvolta solo con ecografie e analisi del sangue – per scoprire se il suo bambino è Down? A che fine? Certo, in alcuni casi per combattere un’ansia e un’agitazione in atto. Ma – a parte questi casi d’ansia e dato che terapia non ne esiste – a quale fine non aspettare di sapere alla nascita come sta il bimbo? Curiosità?

Ci stupiamo degli autori di questa pagina odiosa, ma dovremmo riflettere sulla nostra responsabilità in questo clima di stigmatizzazione prenatale e dopo la nascita. Nei quotidiani e in TV lo spazio dedicato ai disabili è minimo se non trascurabile; quando se ne parla si fa quasi solo per casi penosi o per violenze, mai per raccontarne i progressi medici o i successi sul lavoro.

E state tranquilli che le Paralimpiadi di Vancouver (12-21 marzo 2010), esempio di grande umanità e grandi gesti atletici, non ve le mostrerà quasi nessuno. Nelle scuole, quasi mai c’è chi insegna agli altri studenti come un bimbo malato non sia un ostacolo, ma una risorsa per una lezione di umanità, pazienza, collaborazione, apprendimento di linguaggi, empatia che nessun libro può dare. Sono alcuni esempi di un clima negativo e censorio verso la disabilità, che chiamiamo “handifobia”, e che respiriamo tutti i giorni.

L’indignazione verso l’inqualificabile pagina web handifobica ci risvegli alla realtà: nulla di nuovo c’è sotto il sole. Oggi sentiamo il disabile come “un marziano”, c’è chi sostiene che nemmeno si possa definire “persona”, e qualche filosofo sostiene la liceità della sua soppressione anche dopo la nascita «perché la famiglia possa fare un figlio di sostituzione», così dicono. Nulla di nuovo.

Ma che di nuovo ci sia la nostra reazione. Rimettiamo al centro della politica economica il sostegno verso la malattia. Se i familiari delle persone malate di sindrome Down e affini si facessero sentire, sarebbe un terremoto, salterebbero poltrone. Invece vivono in un pudico silenzio, sotto il peso del pregiudizio che li obbliga ad accontentarsi di essere tollerati. Rimettiamo al centro della cultura la figura di chi soffre, invece di emarginarla dai media perché ci fa pensare troppo al nostro limite e alla nostra inesistente ma strillata autodeterminazione.

E pretendiamo che l’handifobia prenatale e postnatale sia sanzionata. Non basta sanzionare chi fa il bullo o dice frasi violente. Occorre che venga sanzionata ogni espressione che spinge a pensare che un bimbo Down – prima o dopo la nascita- “sia un po’ meno persona degli altri”, che vengano sanzionati gli amministratori che non stanziano in adeguata percentuale le risorse per chi soffre di disabilità o per le famiglie in cui nasce un bimbo con sindrome Down, e i giornali che non ne hanno parlato in misura almeno pari a quanto parlano di gossip o di calcio. Non basta indignarsi. Serve che l’indignazione diventi cultura. E legge.

Articolo tratto da IlSussidiario.net

 

Cogitoetvolo