Il Vangelo secondo Giacomo

0

«Io credo che Dio ci abbia creati perché ci vuole felici. E la comicità è la cosa che più si avvicina su questa terra alla felicità » . Giacomo Poretti lo sa bene, perché con gli amici Aldo Baglio e Giovanni Storti di gente ne ha resa felice ? perlomeno per qualche minuto ? tanta. Sia travestito da circense bulgaro, da martellante Tafazzi o da avvoltoio, «Giacomino» con gli altri del trio ha proposto una comicità semplice e pulita che ha sbancato spesso l’auditel in tv e il botteghino a teatro e al cinema.

(…)

«Giacomino» guarda con una luce speciale negli occhi e un sorriso sornione dietro ai baffetti sottili. Sinora, con grande discrezione, ha sempre evitato di parlare del suo percorso di fede. « Il mio è stato un percorso di riavvicinamento alla Chiesa dopo un esodo durato anni. Avevo però un’inquietudine continua, il desiderio di qualcosa d’altro. Da 10 anni, invece, anche grazie a mia moglie Daniela che aveva le stesse esigenze, e al Centro culturale San Fedele di Milano, sono ‘ tornato alla base’. Non a caso abbiamo battezzato nostro figlio (due anni e mezzo) Emanuele, ‘ Dio con noi’: vorremmo che gli rimanesse una traccia delle nostre scelte».

Ma allora una « base » cattolica c’era…
«Certo, l’oratorio per me è stato fondamentale. Sono nato da una famiglia di operai a Villa Cortese, vicino a Legnano, e come tutti i ragazzini frequentavo l’oratorio. Era bellissimo, tra una lezione di catechismo con qualche sbadiglio, qualche scappellotto e ore passate a giocare a calcio. Lì è nata la passione per il teatro. Don Giancarlo aveva creato una filodrammatica. Tra gli 8 e gli 11 anni ho cominciato così a recitare, era un gioco bellissimo, veniva tutto il paese. Tanto che da ragazzo volevo entrare nei Legnanesi, ma non mi presero».

E poi, cosa è successo?
«Poi ci fu la rottura con tutto, coi genitori, con la Chiesa. Facevo la terza media, e mi misi in contrapposizione, dolorosa ma necessaria, con tutto. Mollai la scuola per geometri per andare a lavorare in fabbrica come metalmeccanico. Un grande errore, perché poi ho capito che avrei voluto laurearmi o in medicina o in lettere ma è stato impossibile. A 18 anni entrai in ospedale come infermiere. Nel frattempo mi davo al cabaret e alla contestazione politica» .

Doveva ancora trovare la sua vera strada.
«Erano i primi anni ‘ 70 e venni tirato dentro dai gruppi della sinistra più contestatrice. Idealità molto forti, ma anche rigidità e intolleranza. Il marxismo portava a considerare nemici quelli che non la pensavano come te. Ricordo un episodio che mi fece riflettere: alla scuola per infermieri insegnava un professore di Cl con cui avevamo idee divergenti. Era il primo maggio del 1979: ci fu una zuffa in piazza Duomo tra noi e i ciellini e mi ritrovai faccia a faccia col professore, tutti e due pronti a colpirci con l’ombrello. Ci guardammo negli occhi, ci fu un attimo di imbarazzo e abbassammo le ‘ armi’. Per questo per me oggi è importante il dialogo, interculturale e interreligioso, e apprezzo il lavoro dei cardinali Martini e Tettamanzi».

E gli anni da infermiere, a contatto con la sofferenza?
«Io ho fatto l’infermiere per 11 anni, di cui 5 in oncologia. È stata un’esperienza umana molto forte. Ho visto morire centinaia di persone. Di 3 o 4 di loro ho un ricordo indelebile. Ma dovevo stare attento a non affezionarmi. Quando morì il mio primo paziente per due giorni non andai in ospedale, volevo mollare tutto».

Ha trovato un senso al dolore?
«La vita è una ricerca continua di significato. Siamo stati creati da un Dio che è avvolto nel mistero, come la sua volontà. Noi possiamo solo accettarla, io posso solo intuire. Lo ripeto: lui ci vuole felici, ma noi spesso cogliamo solo la paura, l’assurdità. Ma la vita è una cosa bellissima, e va sempre promossa».

C’è qualcosa di questa fede nel comico?
«Il talento e l’armonia fanno parte di un disegno divino. Non so spiegarlo, ma sento che insieme ad Aldo e Giovanni scatta la molla della creatività. Non che non ci siano conflitti, ma al di là c’è l’amicizia profonda, la consapevolezza della fortuna che abbiamo di esprimere la vita attraverso la risata. Credo molto all’amicizia, per questo ho letto di recente al San Fedele il Diario dell’amicizia di Van Broeckhoven, un prete operaio morto a 34 anni. Un libro illuminante».

E i due colleghi che dicono della sua svolta?
«Pensi che è stata causata proprio da un nostro film, Chiedimi se sono felice. Ci invitarono a parlarne al San Fedele. Ci andai, ma poco convinto. Invece lì conobbi il direttore padre Eugenio Bruno, persona eccezionale. L’abbiamo invitato a casa nostra per parlare di filosofia: ancora oggi con altre coppie di amici ci riuniamo una volta al mese per parlare di libri. “Perché ho fatto il sacerdote? Perché Dio è amore”, ci disse con una fede e una sincerità che mi colpirono. Cominciai così a frequentare il San Fedele. E, devo ammetterlo, nella Chiesa ho trovato una libertà enorme » .

Ormai per lei è un’attività a tempo pieno?
«Tra un film e fare il papà dedico il resto del tempo al San Fedele, insieme a mia moglie. Organizzo cicli di conferenze e di reading, un percorso spirituale a tappe con proiezioni di film e commenti di scrittori e artisti. Il prossimo appuntamento sarà il 9 febbraio, con ‘ Germogli di compassione’ da Etty Hillesum, Pasolini e Dostoevskij, che leggerò insieme a Giovanni, mentre il quarto s’intitolerà ‘ È possibile rinascere?’» .

Giacomo, infine ha trovato quel che cercava?
«Sì. La risposta è questa faticosissima fede».

Articolo pubblicato su Avvenire lo scorso 26 gennaio 2009

 

Cogitoetvolo