Ilva, una ferita aperta nel cuore di Taranto

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È il naso il primo organo che fa i capricci, non appena si arriva a Taranto.
Mentre gli occhi godono della lucentezza di un mare blu cobalto e le orecchie si riempiono dello stridere dei gabbiani, il naso avverte subito che il panorama idilliaco della città presenta una nota stonata.
Le narici si arricciano e colgono uno strano odore, che nulla ha a che vedere con l’aria salmastra che dovrebbe pervadere il luogo. È un odore sottile, che pervade ogni cosa, che si insinua nei polmoni, che tronca il respiro, che rende arsa la gola, che anestetizza l’olfatto.

In effetti, l’Ilva è lì. A pochi passi dal centro di Taranto.
Le sue ciminiere svettano alte nel cielo, immobili ma attive, perché nessun tribunale, ancora, è riuscito a fermarle.
Si ergono su Taranto come dei macabri campanili, ma non diffondono nell’aria il suono dolce e festoso delle campane, ma una colonna altissima di fumo biancastro.
L’Ilva è come una ferita infetta nel cuore di Taranto, ed è sufficiente guardarne le immagini da satellite per capire il perché: il verde incontaminato dei campi circostanti e il blu splendente del mare vengono bruscamente interrotti da questo scempio industriale, dal colore del carbone e rosso.
È il rosso, infatti, il colore che invade gli occhi, non appena si osservano le terre nelle immediate vicinanze dell’Ilva. Una sottile polvere scarlatta, quasi impalpabile ma visibilissima, ricopre tutto, avvolgendo la vegetazione, le case, le strade e i polmoni della gente in un manto velenoso. Gli alberi sembrano quasi scarnificati, senza foglie, e paiono gridare aiuto, con i rami secchi e rossi che si protendono verso il cielo, in una disperata ricerca di aria pulita.

Ma l’aspetto senz’altro più sorprendente è scontrarsi con l’atteggiamento che i tarantini tengono nei confronti dell’Ilva, come se fossero dei siciliani mentre si discute di mafia.
Quando gli si chiede se quelle ciminiere che sovrastano la città siano proprio quelle della più grande acciaieria d’Europa, non rispondono. Aggrottano la fronte, socchiudono gli occhi, nel finto tentativo di far mente locale e capire di quali stabilimenti gli si stia domandando. Ma le ciminiere sono lì, impossibile ignorarle, impossibile non sentire la puzza che invade l’aria rendendola così difficile da respirare.
“Non c’è da preoccuparsi” afferma qualcuno, “quel fumo è solo vapore acqueo.”
Tecnicamente, i tarantini hanno ragione. Le ciminiere sputano in cielo vapore acqueo. Ma è il vapore che è stato usato per raffreddare la ghisa, e tutte le sostanze velenose presenti sul metallo evaporano e vengono espulse in aria. Vapore acqueo saturo di diossina, piombo e altri metalli pesanti.

La verità è che la città di Taranto certamente non vuole essere avvelenata. Ma la cortina di omertà che attornia ogni discussione sull’Ilva è determinata dal fatto che lo stabilimento dà lavoro a migliaia e migliaia di pugliesi.
Taranto quindi chiede ogni giorno a molti dei suoi abitanti: “volete morire di fame o di cancro?” “Meglio essere disoccupati in una terra che offre poche alternative di lavoro o sapere di essere destinati ad una malattia feroce, che spesso non lascia scampo?”
Sono delle domande atroci, che implicano delle scelte a cui nessuno, mai, dovrebbe essere chiamato.

E guardando a lungo la nuvola rossa dell’Ilva, l’unica cosa che si riesce a pensare è questa: come può uno Stato che si definisce democratico costringere i suoi cittadini a scegliere tra il diritto alla salute e quello, altrettanto primario, del diritto al lavoro?

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.