In direzione di Nek

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La segnaletica sulla strada di Nek lascia pochi dubbi: il cartello indica una svolta. Non a caso, il suo ultimo album s’intitola Un’altra direzione, dove l’artista sposta il baricentro del suo collaudato pop-rock verso altri lidi senza per questo snaturarsi: perché l’ascoltatore, dice, “non deve essere spiazzato da repentini cambi di rotta, ma sorpreso e stuzzicato con nuove chiavi di lettura“.

Un percorso, a ben? ascoltare, sempre seguito da Nek lungo la sua lunga e fortunata carriera, che con cadenze periodiche ha saputo rinnovare il suo sound, crescendo come autore e musicista. È per questi motivi che oggi è uno dei pochi artisti italiani “esportabili” anche all’estero, con alle spalle 7 milioni di album venduti.

Sembra ieri, quando saliva sul palco di Sanremo nel 1993 a intonare In te, brano che affrontava il tema dell’aborto, e centrava il suo primo, vero successo. Da allora, Nek non si è più fermato ed è diventato una star “globale”, mantenendo però sempre un profilo di grande serietà e semplicità, merce rara nel dorato pianeta dello spettacolo.

Mondo Erre (da cui è tratto questo articolo, ndr) lo ha raggiunto per telefono tra una pausa e l’altra in sala d’incisione, mentre metteva a punto la versione spagnola di Un’altra direzione destinata ai mercati latino-americani. Ecco cosa ci ha raccontato.

 

17 anni di carriera, oltre 7 milioni di dischi venduti. Quanto pesano questi numeri ogni volta che ti avvicini a un nuovo lavoro?
Sono cifre che non mi lasciano indifferente perché mi motivano e mi danno grandi responsabilità verso il mio pubblico, che si aspetta da me delle belle canzoni. Tuttavia, prima di tutto, arriva la mia forte passione per il mestiere che faccio: i brani mi devono convincere fino in fondo, devono trasmettermi un’emozione, altrimenti li lascio perdere. D’altronde, sono proprio le emozioni nell’ascoltare un pezzo che spingono poi la gente ad acquistare un disco o ad assistere a un concerto.

Questo album mi sembra abbia la stessa importanza di Lei, gli amici e tutto il resto e di Le cose da difendere, dischi che hanno impresso nuove direzioni al tuo sound. È così?
Ogni volta provo a cercare altre vie al mio modo di fare musica, e non sempre riesco a metterle a fuoco come vorrei. Certo, Un’altra direzione si accomuna a quelli citati per la varietà di mondi sonori che sono andato ad esplorare. D’altra parte, arrivo da un disco, Nella stanza 26, più pacato e con una certa unitarietà di stile, mentre in quest’ultimo ogni pezzo ha un’atmosfera diversa, colori musicali differenti.

Sfilano difatti tanti generi: rock, reggae, pop, dark. In quale di questi ti senti più a tuo agio?
Se dobbiamo trovare per forza una definizione, di solito mi esprimo seguendo le coordinate del pop-rock, ma in realtà il mio raggio sonoro è più ampio: mi trovo bene con la ballad all’italiana come con gli accenni al reggae, spezie che servono a condire le canzoni di gusti nuovi e danno un bell’effetto.

Nei testi prevale l’amore, osservato da varie angolazioni, e c’è anche un brano, Quante cose sei, dedicato alla tua compagna Patrizia. Un Nek super innamorato?
È chiaro che è un sentimento fondamentale: non sono diverso dalle altre persone, provo le stesse emozioni, passo momenti di gioia e di infelicità come chiunque altro. Ho la fortuna di poterle mettere nelle canzoni e Quante cose sei è un modo per ringraziare la donna che da dieci anni sopporta gli equilibri diversi e non sempre semplici che regolano la mia vita.

L’amore prende anche valenze importanti in Se non ami, ispirato all’Inno all’Amore di san Paolo. Perché questa insolita, ma significativa citazione?
Mi piace leggere e quando m’imbatto in qualcosa di stimolante lo uso come fonte di ispirazione. In passato, è capitato con le poesie di Prevert e di Neruda, mentre questa volta è toccato a san Paolo. La sua composizione è disarmante. Dice che l’uomo può anche spostare una montagna, ma è nulla senza amore: l’amore ci trasforma e ci completa, è la ragione d’esistere di ogni essere umano.

Sei credente?
Non nascondo che ho passato un periodo “tiepido” nei confronti della religione, risvegliato tempo fa dal mio impegno con l’Associazione Nuovi Orizzonti, che ha varie comunità di recupero e assistenza per chi soffre di problemi di diversa natura, dall’anoressia alle tossicodipendenze. Ho visto con i miei occhi cosa può fare la fede, cosa possono fare tante persone con il loro insegnamento e dedizione verso il prossimo: cambiare la gente, aiutarla a uscire dai propri problemi e fargli ritrovare la voglia di vivere. È la miglior testimonianza che Dio esiste, e io ci credo.

È un modo per vincere anche tanta indifferenza che c’è in giro, come dici nel brano d’apertura Tira su il volume?
Il disinteresse verso il prossimo è un atteggiamento troppo diffuso nella nostra società. La canzone, però, non vuole essere un atto di ribellione, ma un invito a rispettare la dignità altrui e la propria. E solo alzando la voce, senza prevaricare gli altri, si può far valere i propri diritti.

L’indifferenza, dicono i sondaggi, sembra una “malattia” che colpisce molti ragazzi. Il rimedio?
I ragazzi hanno delle grandi potenzialità, bisogna però guidarli bene verso valori sani. Con gli stimoli giusti, si raccolgono risultati positivi: tanti di loro s’impegnano nello studio, nel volontariato, nella vita. Nel loro piccolo mondo, insomma, sono “vivi” e sanno che per ottenere qualcosa bisogna impegnarsi e lavorare duro.


Articolo tratto dalla rivista Mondo Erre.

 

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