In nome dell’unico Dio

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“Macellai islamici” titolava Il Giornale all’indomani della vergognosa “rappresaglia” contro Charlie Hebdo. In un articolo a firma del direttore Alessandro Sallusti (sì, proprio quello che avevamo difeso in questa sede sul tanto abusato concetto di libertà d’espressione), si legge di una guerra culturale tra Islam e Occidente, tra istinti animali e ragione, tra passato e presente, tra oscurantismo e civiltà. In poche parole tra Allah e Dio.

E pensare che l’articolo di Sallusti è forse il meno offensivo tra quelli apparsi qua e là sui giornali o in rete. Sicuramente meno offensivo del dibattito politico nazionale che, com’è d’uopo, non perde occasione di strumentalizzare tragedie come quella di Parigi. C’è chi ritiene di avere lo stesso spessore morale del Pontefice, apostrofandolo con consigli che sarebbe meglio lasciare a Qualcuno posto più in alto di una banale (con tutto il rispetto) segreteria di partito. C’è chi poi, sulla scia (rigorosamente chimica) dei migliori complottisti internazionali, spara idee malsane su possibili scenari di controspionaggio alla Tom Clancy. Non manca poi chi, tra le più alte -e più basse- sfere della società civile, sente l’esigenza di sottolineare o negare l’identità della propria persona con quella di Charlie, scomodando sdoppiamenti della personalità che Stevenson descrisse nel più mirabile dei modi. In una giungla di pensieri, teorie, convinzioni e ideologie, non c’è spazio per il silenzio, ma solo per la paura.

Paura di chi fa satira. Pensare che i vignettisti di Charlie Hebdo siano –o fossero- paladini della libertà e dei più alti valori costituzionali e morali, è sinceramente esagerato. La loro satira, peraltro, ha offeso un po’ tutti, noi compresi, specialmente quando ci siamo trovati ad ammirare schifezze degne delle peggiori esibizioni delle Femen. Fatte queste doverose premesse, sorprende comunque questa paura ingiustificata per la satira, uno strumento di denuncia spesso volutamente esagerato, ma pur sempre incruento. Tutti vorremmo essere rispettati nei nostri sentimenti più profondi, ma le società democratiche hanno legittimato l’esistenza di spazi espressivi quasi incondizionati, liberi purché non istigatori, caricaturali e –in fondo- carnascialeschi.

Paura dell’Islam. La società italiana, europea, occidentale, così fiera del proprio raziocinio hegeliano, non riesce a costruire distinzioni. Non riesce o, peggio, non vuole distinguere il fanatismo (patologia) dal culto religioso (fisiologia). Se l’Inquisizione spagnola di qualche secolo fa veniva (e sovente viene) puntualmente accostata al cristianesimo e ai cristiani tout court, oggi il terrorismo islamico viene identificato con l’Islam e con gli islamici, ossia con un miliardo di persone ree di credere in un Dio vendicativo, misogino e violento, che è poi lo stesso Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe.

Due cose sono certe: finché continueremo ad avere paura della comicità (anche di quella che non fa ridere) la redazione di Charlie Hebdo morirà ancora in un bagno di sangue. Finché continueremo a confondere la religione con l’uso strumentale di Dio, il culto pacifico di milioni di persone con le armi di poche migliaia, avremmo ancora una volta stimolato quell’isolamento culturale e sociale che è spesso il seme della violenza folle (ma apparentemente lucida) di chi usa la religione come pretesto per esercitare un ambiguo potere sui propri simili e per manifestare i propri deliri agli occhi del mondo.

Uccidendo la libertà di satira e la satira libera (ossia quella che non è schiava della propaganda), si uccide la democrazia. Confondendo la religione con la violenza e l’Islam con i terroristi, si uccide la libertà di culto. Si uccide Dio, Allah, Yahweh. Il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. L’unico Dio.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus… chiamatemi come volete, ma questa è l’ultima volta che provo a descrivermi.