In viaggio d’istruzione

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Ogni viaggio comincia quando finisce! È vero e vale anche per le visite d’istruzione delle scuole. Vale soprattutto per le relazioni significative, i legami, le amicizie, gli amori che nascono, si rafforzano, si scoprono, entrano un po’ in crisi proprio in quei tanto attesi quattro o cinque giorni. Sì, perché spesso non importa tanto dove si va, ma con chi si sta; sono i compagni e certi Prof l’anima del viaggio, sono loro quelli con cui attendere, sognare, formarsi, imparare, condividere, gioire, stancarsi, fare shopping, conoscere e ogni tanto litigare.

Questo è il tempo giusto per parlarne, poiché i biglietti sono già quasi pronti per tutti. La gita – nome non più tecnico ma sempre efficace – è un microcosmo giovanile e scolastico che i docenti devono guardare con meraviglia, seguire con attenzione, accompagnare con cura, tutelare con la presenza costante. C’è il lungo tempo dell’attesa, quello in cui si spera che il numero minimo di partecipanti si raggiunga, in cui si studia su internet il territorio da visitare alla ricerca di pub, discoteche e grandi magazzini; c’è l’attesa di qualche giorno prima, quando ci si riunisce in gruppetti per decidere quali vestiti portarsi, quanti soldi, che scorte di cibo per le feste “in camera di”. E i docenti? Possono solo constatare che sarà difficile trovare in classe la concentrazione nei ragazzi, pazienza! Ogni partenza è anche una grande scommessa di fiducia: si comincia dai genitori che salutano i figli come se partissero per la guerra, si accostano al Prof. augurando “buona fortuna” e strizzando l’occhio come per dire “mi raccomando”; poi c’è il lavoro di squadra degli accompagnatori, fondamentale per la sana riuscita dell’esperienza e per stare bene in quei giorni; infine si punta tutto sui ragazzi, non con le minacce ma con i “mi fido di te” e la condivisione della responsabilità!

In gita i Prof. sono come mamma e papà: gli studenti parlano di tutto, girano in pigiama in hotel, si fanno svegliare più o meno dolcemente, in caso di dolori vari si fanno curare, chiedono consigli su cosa fare e dove andare, cercano di divincolarsi dagli orari stabiliti, fanno le loro “sante marachelle”, ma soprattutto si sentono davvero in famiglia. Con questo spirito è anche più bello e facile stare ad ascoltare le guide, seguire i percorsi dei musei, camminare a lungo in una città, cioè fare scuola ed imparare vivendo dentro una piacevole compagnia. Non c’è altro modo e tempo di conoscere i ragazzi e farsi conoscere da loro a scuola; il viaggio insieme è un’occasione, per quanto di grandissima responsabilità e notevole stanchezza fisica. Quando ci si congeda, alla fine, gli occhi sono lucidi, le parole di ringraziamento reciproco sono vere e intense, non mancano baci e abbracci. Ma la fine non è mai l’ultimo momento! Dopo una solenne dormita, subito sui social network a vedere le prime foto, a sognare ancora un po’, a segnare un momento che sarà raccontato col cuore per anni. Vale per i ragazzi, vale anche per i Prof.

Ufficialmente Prof. di Lettere in un liceo di Catania, quando mi tolgo gli occhiali, entro in una cabina telefonica e indosso una tuta col mantello sono anche giornalista, scrittore e educatore...o forse è il contrario?! Sicuramente mi piace vivere con i piedi per terra, lo sguardo in cielo e le maniche rimboccate per agire.