Indifferenza

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Aladino si guardò intorno stupito. Qualcosa di insolito se l’aspettava pure, ma non di ritrovarsi così: al centro di? “questo”.

Gli mancavano le parole, i concetti, per afferrare la sua situazione. Si trovava in piedi su una superficie bianca, liscia ma non scivolosa, perfettamente piana ed estesa in tutte le direzioni. All’infinito. Nessuna irregolarità, nessun rilievo, nemmeno una sfumatura di colore? nulla. E nessun oggetto: nessuna pianta, nessun animale, nessuna presenza umana, nemmeno qualche traccia di una presenza. Un immenso spazio vuoto, un panorama impeccabilmente uniforme. Ovunque guardasse, la linea dell’orizzonte descriveva una perfetta circonferenza bianca, lì dove quel perfetto pavimento bianco lasciava il posto al grigio del cielo.

Anche il cielo, perfettamente uniforme. Una leggera foschia gli conferiva un aspetto grigio chiaro, assolutamente uguale dappertutto. Avesse voluto orientarsi con il sole non gli sarebbe stato possibile: in nessuna direzione si notava una maggiore o minore luminosità che permettesse di indovinare la posizione dell’astro. La luce proveniva da tutta la volta in ugual modo. Ovviamente il suo corpo non proiettava alcuna ombra.

Decise di sondare fino in fondo quella assurdità. Si sedette in terra, a gambe incrociate, stese le braccia nella posizione della meditazione, chiuse gli occhi e respirò a fondo. Lentamente. Senza fretta iniziò ad ascoltare il suo corpo: non sentiva né freddo né caldo, né nell’aria immobile intorno a sé, né in alto ? perché nel deserto invece lo senti il sole che di giorno ti brucia sulla pelle e quello stesso calore, di notte, te lo senti succhiare via dal cielo gelido ? né dal basso, nella perfetta neutralità di quella strana superficie su cui poggiava.

Annusò l’aria: nessun odore, nessun aroma. Provò a ricordare il salmastro del mare, l’odore pungente di uomini e animali accaldati, tutte le varietà di aromi e di lezzi della città. Un campo dopo la mietitura, la sabbia umida del deserto alla prima pioggia, un’oasi in primavera? Si era disposto a riconoscere anche il più remoto accenno di un profumo, ma: niente.

Provò allora ad ascoltare. Immaginò di estendere la sua attenzione sempre più distante. Avrebbe potuto udire il respiro di una lucertola a un tiro di sasso, il fruscio di una foglia, il battito di qualsiasi cuore, oltre al suo che percepiva quasi assordante. Ancora niente; solo la consapevolezza della propria presenza.

Emise un ultimo sospiro, inspirò e poi chiamò con forza: “Genio!”

Aprì gli occhi ad incrociare lo sguardo del Genio, seduto di fronte a lui, copiando la sua posizione; la tunica arabescata di un blu intenso a contrastare il rosso cupo del tappeto sotto di lui. Il Genio sorrise compiaciuto, e come indovinando la domanda di Aladino gli disse: “Puoi andare, sei libero”.

“Andare dove?”

“Scegli tu. Puoi andare dove vuoi. Mi hai chiesto la libertà e io ti ho reso l’uomo più libero che sia mai esistito. Va’ pure”.

Da tempo Aladino aveva imparato a non arrabbiarsi con il Genio: era inutile. Aveva anche imparato a non aspettarsi nulla di importante da lui. Ma ogni volta faceva una gran fatica a controllare i nervi.

“Senti, Genio, dove dovrei andare se qui non c’è nessuna indicazione, nessun riferimento? Da che parte è la città più vicina? Dov’è il mare? E per Baghdad, da che parte?”

Il Genio, ora comodamente disteso su una chaise longue traboccante di cuscini di vari colori e dimensioni, parve sorpreso.

“Ma non capisci? Da qui puoi andare in qualsiasi direzione. Ovunque troverai questo terreno perfetto, né troppo duro né troppo morbido, senza buche, sassi, o qualsiasi altro ostacolo che possa intralciarti. Nessuna montagna, fiume, precipizio? nulla che possa obbligarti a rinunciare ad una qualche direzione se è quella che desideri. Sei completamente libero di andare dove vuoi”.

“Sì, ma?”

Il Genio non si lasciò interrompere: “Ho pensato a tutto, sai? Nessuna meta che possa condizionare la tua scelta, nemmeno una variazione di colore che possa sollecitare preferenze nel subconscio, nessuna determinazione di orientamento verso cui dirigerti o da cui allontanarti. E poi, un tempo assolutamente immobile, perché tu non ti senta pressato dal sorgere o calare del sole; nemmeno alcun bisogno fisico nel tuo corpo: puoi stare fermo se lo vuoi, ma non sarai costretto a fermarti né per stanchezza, né per sonno; niente fame o sete che possano influire sulle tue scelte”.

Il Genio si tirò su a sedere sulla chaise longue che nel frattempo si adattava alla sua nuova posizione trasformandosi in un’avvolgente poltrona in pelle nera. A braccia conserte fissò Aladino con aria soddisfatta.

“Ho pensato proprio a tutto, per la tua piena e completa libertà”.

“Fammi indovinare. Immagino che se adesso prendessi una direzione qualsiasi, anche se camminassi sempre dritto per moltissimo tempo senza mai fermarmi, comunque non incontrerei nulla: sempre questa distesa uniforme e perfettamente piatta. Giusto?”

“Vedo che impari a capirmi”, rispose un compiaciutissimo Genio. “Certo che non incontreresti nulla. Se tu, camminando in una direzione, ad un certo punto vedessi qualcosa ? una città, un albero, una cacca di cammello? ? potresti decidere di raggiungerla, oppure potresti decidere di evitarla, ma comunque quella cosa influenzerebbe la tua scelta. La tua massima libertà richiede l’uniformità più completa. Perché la libertà è una cosa impegnativa: tutto questo infinito spazio bianco è a malapena sufficiente per la piena espansione della tua immensa libertà”.

Aladino in fondo era divertito. Sapeva bene che, quando aveva evocato il Genio dal profondo della segreta in cui si trovava rinchiuso, era stato più per noia che per necessità.

“Possibile, Genio, che tu non riesca proprio mai a comprendere le esigenze di un uomo? Che me ne faccio di questa libertà vuota? Se ti ho chiesto la libertà era perché avrei voluto fare qualcosa che, rinchiuso in prigione, mi era impedita. Che so, tipo cantare una serenata alla figlia del Sultano, rubare i gioielli delle mogli di Ussuf, mangiare datteri sul terrazzo di una villa di mare, lasciandomi accarezzare dalla brezza del tramonto. Posso fare qualcosa di tutto questo a partire da questa tua perfetta libertà? Dimmi, dove posso trovare dei datteri qui? Dove sono dei passanti da prendere di mira quando ne sputo i semi? E soprattutto, dimmi a che distanza mi trovo dalla mia principessa, perché senza di lei non so che farmene della libertà, e nemmeno della vita”.

Il Genio si era fatto piccolissimo e guardava mortificato verso Aladino dal basso della sua nuova dimensione.

“Allora rifiuti questo prodigio? Devo riportarti nell’orribile prigione dove ti trovavi?”

“Certamente, e sbrigati perché è quasi l’ora del rancio e il profumino che si sentiva prometteva bene. Prima mangio, poi vedrò come evadere”.

“Quindi non ho esaudito il tuo desiderio?”

“Direi proprio di no. E lo sai”.

“Restiamo a tre?”

“Sempre tre. Finché non mostrerai un po’ di buon senso”.

“Sei incontentabile”.

“Sei un incapace. Però mi piace la tua compagnia”.

“Be’, devo ammettere che anche tu mi vai? a Genio. Eh, eh, eh!”

“Incapace pure di rinnovare le tue battute cretine. Dài, sbrigati”.

 

Racconto segnalato da Sbit


Cogitoetvolo