Inkheart ? La leggenda di Cuore d’Inchiostro

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Regia di Iain Softley. Sceneggiatura di David Lindsay-Abaire. Con Brendan Fraser, Paul Bettany, Helen Mirren, Jim Broadbent, Andy Serkis. Prodotto da New Line Cinema, Internationale Filmproduktion, Blackbird Dritte; 106′; USA, Germania, Gran Bretagna 2008.

“Le lingue di fata” sono uomini o donne capaci di rendere presenti i personaggi delle storie che leggono ad alta voce. Mortimer Folchart, un appassionato rilegatore di libri vecchi, è uno di loro, ma non lo sa fino al giorno in cui legge Inkheart, un libro per l’infanzia, a sua figlia Meggie. Con la sua lettura i personaggi del libro entrano nel mondo reale ma, come contrappasso, sua moglie Rose diventa parte del romanzo, di cui misteriosamente spariscono tutte le copie. Solo dieci anni dopo, accompagnato da sua figlia ormai tredicenne, Mortimer ritrova una copia di Inkheart e si riaccende in lui la speranza di  ritrovare la moglie…

Un film la cui storia (il primo romanzo di una trilogia della scrittrice tedesca Cornelia Funkeche edito da Mondadori) e il cast lasciavano immaginare un gran risultato, che purtroppo non c’è. Il tema del film è appassionante: i libri e i loro appassionati lettori (“ad alta voce”) sono capaci di rendere presente il sogno all’interno della realtà e viceversa.

Sorge immediato il paragone con il romanzo-film, che al riguardo, rimane insuperato: La Storia infinita, in cui la mistura di quotidiano e fantastico ha un effetto esplosivo sull’uno e l’altra. In Inkheart si riduce invece ad un pretesto per affollare splendide location italiane (liguri per l’esattezza: il fascinoso e diroccato comune di Balestrino) di creature uscite da tutta la letteratura fantastica: dal Minotauro del mito greco a Toto, il cane del Mago di Oz. Il contrasto tra il realismo dei luoghi e le creature che lo popolano crea un effetto suggestivo, ma insufficiente al coinvolgimento nella storia, che è debole in quanto tale e, come spesso purtroppo accade, confonde l’azione con la trama. Non basta che succedano molte cose sullo schermo perché un film sia coinvolgente. Servono svolte morali forti, approfondimento del cuore dei personaggi che qui si risolvono nel solito, banale, manicheo conflitto tra bene e male?

Brendan Fraser si prende troppo sul serio rispetto alla serie della Mummia e questo non gli giova. Il migliore è Paul Bettany nel personaggio più interessante del film. Dita di Polvere. Egli è intrappolato nella sua doppia esistenza: desideroso come uomo di definire il proprio destino, ma condannato, come personaggio, a ciò che ha in serbo per lui il suo ideatore (nel film un tal Fenoglio?). Helen Mirren, la bisbetica prozia, stupisce in panni non propriamente suoi, come era capitato di vedere da parte di altri grandi attori nel bellissimo Stardust.

Cosa resta di questo film? Un’idea: la passione per i libri, ma in una chiave inquietante che li fa apparire come oggetti di fuga dal reale più che di potenziamento e amore rinnovato e meravigliato alla realtà. Ma per film non basta un’idea? e neanche tanto originale.

Lancio una provocazione sui libri: fuga dalla realtà o introduzione ad essa?

 

Giovane scrittore, sceneggiatore e insegnante di lettere al liceo, disperatamente innamorato della vita e della realtà che lo circonda.