Insieme ma soli

0

Cosa ci dice questa immagine di Eric Pickersgill? Che la condizione esistenziale dell’uomo iperconnesso è forse la solitudine?

Perché questa immagine? Osservando bene la fotografia dell’americano Eric Pickersgill (Florida, classe ’86), che ritrae una coppia dall’aria assente, mi sento pervaso da un senso di profonda solitudine. Sguardi fissi sugli schermi, in contatto con tante persone ma – drammaticamente – disconnessi dalla realtà. Questo non è uno “stare con” o “stare per” l’altro! Questo significa stare in un luogo senza abitarlo. Stare in un luogo senza sentire, respirare, conoscere, vivere.

Assurdo, – penseremo – due innamorati che non hanno niente da dirsi, che preferiscono passare il tempo a fissare i loro telefoni. Non può essere, è solo una foto! Non è così, perché dietro una foto del genere ci sono situazioni estremamente comuni, vissute ogni giorno, e quasi sempre sotto i nostri occhi. La scrittrice e sociologa Sherry Turkle nel suo libro Insieme ma soli sottolinea, appunto, il senso di solitudine che è alla base dei nuovi modi di comunicare: «Le nuove tecnologie alla base della comunicazione contemporanea ci fanno credere di essere meno isolati perché sempre connessi». È un’illusione, un paradosso. «I nostri profili online esistono in funzione del numero dei contatti, oggetti inanimati e intercambiabili che acuiscono il senso di solitudine».

Per suscitare lo stesso effetto, il fotografo, autore dell’istantanea, ha voluto raccontare con i suoi scatti persone che osservano con grande concentrazione i palmi delle loro mani. Vuoti. Quasi trattenessero l’ombra di qualcosa di importante, qualcosa che continuano a mettere a fuoco, ma non c’è (lo smartphone, appositamente rimosso). Come una sorta di dissociazione emotiva, Pickersgill scatta le sue foto dopo aver tolto fisicamente i cellulari dalle mani dei proprietari, che restano con i palmi semichiusi, i pollici piegati. Ha chiesto loro di mantenere intatta postura ed espressione del volto perché fosse ugualmente apprezzabile lo spazio mentale e psicologico. Un effetto cercato affinché si percepisse l’assenza di uno strumento che, in maniera palese, tiranneggia nelle nostre vite.

Ma per comprendere a pieno lo spazio riservato agli smartphone proviamo, per assurdo, a rimuovere altri oggetti usati per compiere azioni comuni: si comprende e persiste il senso di quell’oggetto. Luca Mastrantonio del Corriere della Sera in un articolo osserva: «Togliete le posate a un commensale, la chitarra a un chitarrista, l’auto a un automobilista; non sarà difficile capire che uno mangia, l’altro suona, l’altro guida. Se togliete invece lo smartphone a un utente, non si capisce cosa stia facendo; o, peggio, non si capisce perché sembri altrove rispetto a quello che fa. Senza gli smartphone, le persone appaiono occupate a leggere le linee della loro mano, come ipnotizzate dal niente».
Eppure, proprio in quel mondo dove imperversa “il niente” dove, cioè, la saturazione digitale è più consistente, si avverte l’esigenza di ritornare alle origini. «Perché allora – domanda anche la scrittrice Turkle – molti giovani si interrogano su cosa sia davvero il rapporto umano e chiedono un ritorno a forme più naturali di dialogo?». Forse perché, alla fine, Facebook, il BlackBerry e l’iPhone ci spingono a ricordare chi siamo veramente: esseri umani con scopi umani.

Sono Domenico, ho 29 anni e una passione smodata per la scrittura. Il mio sogno nel cassetto è scrivere un libro, l’altro è un viaggio per il mondo in sella alla mia bici. “Strappare la bellezza ovunque sia e regalarla a chi mi sta accanto” è quel che tento di fare attraverso i miei articoli. Spero che un pizzico di quella bellezza arrivi dritta dritta ai vostri cuori! Buona lettura!!!