Insonnia

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Racconto di un uomo qualunque. Gli uomini di tal genere sono guardati con indifferenza dagli autori, ma qualcuno deve pur scrivere di loro.

Come ogni sera da oltre vent’anni spense la luce dopo aver riordinato meticolosamente la sua scrivania da commercialista, indossò il pesante cappotto e lasciò il suo rifugio per entrare nel mondo con un unico obiettivo: arrivare a casa. La sua coscienza e la sua curiosità erano fino ad allora rimaste immacolate, come un libro mai sfogliato.

Si sedette sull’unico posto libero della metropolitana, ma presto si accorse del fatale errore, o meglio dell’occasione irrinunciabile che la vita gli aveva finalmente offerto: per la prima volta fu ridestato dall’apatia che aveva così bene imparato ad amare.

Davanti a lui stava seduta una donna di circa trentacinque anni immersa in un pianto tragico. Una donna tanto aggraziata e tanto reale rispetto a tutte le altre risvegliò la sua anima che finalmente reagì al mondo con una commozione incontenibile. Come un fiore a inizio primavera, anche la consapevolezza di quest’uomo qualunque sbocciò e lo stupore riempì i suoi lineamenti mediocri conferendo loro un valore tutto nuovo. Per la prima volta la calma razionale della sua mente era lacerata da dubbi e riflessioni caotiche. Com’era possibile che il pianto di una sconosciuta che nulla aveva a che fare con lui avesse provocato delle emozioni così forti e nuove?

Si accorse che da tempo non era felice, non era soddisfatto da una vita vuota e abitudinaria. Ora aveva osservato per un momento il mondo, ed esso lo aveva ben presto interessato; aveva subito trovato una risposta alla sua noia e questa risposta era il mondo stesso.

Improvvisamente il nostro personaggio qualunque divenne un uomo vero. Un uomo è tale se si interroga, se non si accontenta di un surrogato di vita, della tana accogliente che si è costruito intorno.

Ogni suo passo, prima svogliato e meccanico, ora era l’espressione di una ricerca: momento dopo momento sorgeva una nuova domanda, tanto scontata quanto difficile. Ora acquistava consapevolmente un nome come simbolo di un’identità appena incontrata.

Il cuore si riempì di gioia, ma anche di paura ed insicurezza: capì che la sua vita era ad una svolta, che nulla era più scontato o certo. Avendo acquisito, anche se solo parzialmente, la coscienza del mondo, si faceva strada tra i suoi pensieri anche il barlume di una conoscenza di sé, ma, come anche i più saggi fra gli uomini, era lungi da una vera comprensione.

Si mise a sfogliare libri e libri di poesia poiché ricordava di averne letta una inerente a ciò che stava sperimentando. La trovò e la lesse: “George Gray”, dell’Antologia di Spoon River ad opera di Edgar Lee Masters: raccontava di come un uomo si fosse reso conto di non aver vissuto pienamente a causa della sua paura. Il nostro uomo comprese la poesia, ma comprese anche che la sua vita non era stata affatto di quel genere: egli non aveva avuto paura della vita, come avrebbe potuto? La sua vita non era stata “la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio” poiché egli non aveva mai scelto di sottrarsi ai piaceri e di eludere le ambizioni, semplicemente non li aveva riconosciuti sul suo cammino.

Egli non era vissuto, era sopravvissuto: negli anni mille e mille occasioni gli erano state presentate, ma egli le aveva semplicemente ignorate. Capì che la sua vita non era stata un sonno eterno, come si direbbe per coloro che scelgono di evitare sia la bellezza che il dolore, ma un’eterna insonnia: il suo vivere aveva l’unico fine di raggiungere la fine, non quello di rendere unico ogni momento. Aveva costruito intorno a sé un riparo dal mondo, non per timore, ma per comodità inconsapevole. Ora, tuttavia, se ne rendeva conto, perciò prese una decisione: avrebbe dato valore alle azioni quotidiane prima così metodiche e scontate; non avrebbe atteso la fine di ciò che iniziava, ma l’inizio stesso: ogni momento sarebbe stato un compimento, non un’attesa passiva. Sarebbe stato un uomo.

Articolo scritto da Sofia Walters

Cogitoetvolo