Intervista a distanza: un italiano a Beijing

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Dal Veneto alla Cina con Moreno Donadel

Il mondo di oggi conosce migliaia di canali di comunicazione: Instagram, Facebook e WhatsApp sono soltanto alcuni dei social media cui abbiamo accesso per tenerci perpetuamente in contatto, che si tratti di un veloce scambio di battute o di una videochiamata in piena regola. Annullare le distanze, dunque, sembrerebbe semplice come non mai: non foss’altro che, persino nell’era della globalizzazione, anche gli occhi penetranti di Mr. Google non scavalcano il confine della Repubblica Popolare Cinese.

Perciò eccoci qui, all’interno dell’ambiente virtuale di We Chat, una delle poche piattaforme che legano l’ex Celeste Impero al nostro Occidente…

Buongiorno, Moreno: una domanda a bruciapelo. La Cina è davvero il paese chiuso e conservatore che molti s’immaginano? Come la percepisce chi l’ha vissuta dal 1998 al presente?

Gli occidentali immaginano la Cina come il paese delle biciclette, delle casacche alla Mao, dei templi buddisti, dei cappellini e dei codini: ci sono molte città che salvaguardano la cultura tradizionale, è vero, ma l’ambiente che vivo quotidianamente non è certo chiuso al cambiamento. Dalla fine degli anni ’90 ad oggi, Pechino e altre città hanno rivoluzionato completamente il loro volto, ma per restare al luogo in cui attualmente abito: ogni volta che viaggio per lavoro, al mio ritorno trovo quasi una nuova metropoli ad attendermi, tanto è veloce lo sviluppo di Beijing. È ormai una città super moderna, grande sedici volte più di New York! Anche qui, come in ogni area fortemente urbanizzata, il panorama è dominato da grattacieli, centri commerciali, strade trafficate e affollate…

   Un ambiente frenetico, dunque.
Ma anche familiare. Per me la Cina è una seconda casa, mi ha portato tantissime soddisfazioni a livello lavorativo e ha cambiato molto la mia vita: mi sono avvicinato a questo Paese grazie alle arti marziali, che qui ho perfezionato e studiato in maniera approfondita, e sempre qui ho iniziato a lavorare come attore e modello, migliorando la mia musica e confrontandomi con una nuova e ricca cultura.

Dal kung fu di Bruce Lee al jazz, dalle campagne pubblicitarie ai ruoli per il piccolo e il grande schermo: nel corso della tua vita hai sperimentato un gran numero di professioni… In quale ti identifichi di più?
 Nella musica, senza alcun dubbio. Avrei risposto la musica e le arti marziali, ma kung fu, taijiquan, wu shu… Più che essere una professione, per me, sono una ricerca individuale. Sia le arti marziali che la musica sono diventate una parte di me, dal momento che hanno formato il mio carattere e la mia personalità; la recitazione o i servizi fotografici sono stati meno importanti dal punto di vista della mia crescita personale, nonostante tuttora mi dedichi anche a queste occupazioni.

A questo proposito, quali sono i successi di cui vai più fiero?
 Aver vinto il premio Hamilton per la miglior colonna sonora del film “Blue Bones”, l’aver ricevuto il premio AVIT per i migliori arrangiamenti dell’album “Wanderlust” della cantante filippina Tria Bascon , il disco d’oro e il premio JZ per il miglior album di Latin Jazz “Gussanova” del cantante Gu Feng… Sono tanti i riconoscimenti e le soddisfazioni che hanno colmato la mia vita musicale, ma anche semplicemente insegnare alla Beijing Contemporary Music Academy è un’esperienza importante per me.

La musica. Dall’età di sei anni l’hai sempre coltivata con costanza e passione: che cosa significa per te?
È stato grazie alla musica che sono riuscito a sopravvivere e ad esprimermi qui in Cina e in altri paesi oltre all’Italia, come le Filippine, il Giappone, l’America; la musica per me è un modo per creare, sperimentare, per lanciare una sfida a me stesso e compiere ogni giorno una nuova scoperta.

Hai menzionato l’America: come sei arrivato dall’altra parte del globo, e per la precisione negli USA?
Dopo tanti anni di musica qui in Cina ho sentito il bisogno di ampliare la mia conoscenza del jazz, la cui patria è New York: ho fatto la stessa cosa che mi ha portato a seguire le orme delle arti marziali fino a Pechino.
Ogni quattro mesi mi fermo nella Grande Mela per studiare in compagnia di grandi maestri di questa musica: ogni giorno frequento master classes, suono nei club della città e seguo tutti i concerti che posso, cercando di portare con me più informazioni possibili per migliorare in questo campo. La cosa più bella è che lì ho l’opportunità di studiare con Fred Hersch, Barry Harris, Ted Rosenthal, David Kikosky, Roberta Piket, Jeb Patton, spalla a spalla con grandi professionisti da cui posso imparare moltissimo!

Anche il prossimo anno ti vedrà musicalmente impegnato.
Sì. Nel 2018 sicuramente registrerò un mio album, il mio primo album: finora ho inciso in collaborazione con artisti per cui ho curato gli arrangiamenti, composto musiche, suonato, ma non ho mai realizzato un disco tutto mio. Non so ancora se sarà un album in solo, in trio o quartetto, ma uscirà certamente.

Un’ultima battuta: hai nostalgia dell’Italia? Se dovessi scegliere un elemento, una caratteristica del nostro Bel Paese da portare con te, quale sarebbe?
Certamente, l’Italia mi manca sempre e molto. La qualità della vita, la bellezza delle nostre forme d’arte, la cucina, il sole e il cielo limpido… Non si trova nulla di simile in nessun altro luogo al mondo, e posso dirlo visto che il mondo l’ho girato in lungo e in largo! Se dovessi portare con me una sola cosa dell’Italia, però, porterei la mia mamma.

 Grazie!

Articolo di Chiara Tomasella

Chiara Tomasella

Nata a Conegliano Veneto, da quando ha imparato a tenere una penna in mano adora riempire ogni pagina bianca con l'inchiostro dei pensieri; attualmente studia Lettere Moderne all'Università di Udine, dedicando il tempo libero alla scrittura e alla fotografia.