Intervista a Giacomo Leopardi

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Recanati: tardo pomeriggio di una domenica di maggio senza vento. Qui abbiamo incontrato Giacomo Leopardi, il quale dopo lunghe trattative, ha deciso di rilasciare un’intervista esclusiva ai lettori di C&V…

Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Io però” – gli confido delusa – “da qui non riesco proprio a vederlo. E’ colpa di questa siepe che da seduti impedisce la vista del panorama lasciando libera soltanto la visione del cielo, alzandomi poi vedo soltanto una ampia valle e montagne che respingono il mio sguardo. Lo immaginavo diverso il suo Infinito”.

Giacomo Leopardi se ne sta in silenzio con le gambe accavallate. Ha un’età indefinibile e un’aria molto rilassata. Sposta lo sguardo verso un punto imprecisato poi questi occhi, piccoli e arguti, me li punta addosso con aria assorta, vagamente divertita: “Che cosa vuole sapere?”, mi dice.

“Mi sono sempre chiesta come si costruisce l’Infinito e adesso che ho questa straordinaria occasione di poterla intervistare, vorrei che me lo spiegasse”. Siamo seduti da più di un’ora a parlare su questo muretto di Recanati da dove Leopardi ha scritto una delle poesie più belle al mondo. Un muretto come tanti, che guarda giù chiudendosi in sé stesso e da dove è davvero difficile immaginarlo questo infinito.

L’infinito” mi spiega “è un po’ come la prospettiva. E’ sempre esistita perché da sempre l’uomo ha sentito il bisogno di rappresentare lo spazio, ma ogni pittore l’ha sempre rappresentata a modo suo: pensi a Giotto, ai fratelli Lorenzetti o a Brunelleschi. Lo stesso vale per l’infinito. Deve, dunque, trovare il suo modo di rappresentarlo: io non posso insegnarglielo, nessuno può farlo. L’infinito è dentro ognuno di noi: il mio io l’ho trovato qui tra le montagne di questa Recanati da me amatissima e che di sabato pomeriggio si anima di tantissime persone come nella sera del dì di festa”. Il sabato, mi spiega, è migliore della domenica perché il piacere consiste nel futuro: in ciò che l’animo attende per il domani.

“I Leopardi per molto tempo sono stati i signori incontrastati di Recanati. Qui poteva avere tutto, eppure ha scelto di andare via. Cosa le è mancato?”. Giacomo sospira, come se non volesse ricordare, come se il ricordo gli facesse ancora male. Il suo sguardo adesso sfiora la malinconia.

La nostra situazione economica, in realtà, era molto precaria non soltanto perché i miei antenati non si sono preoccupati di difendere con utili investimenti il patrimonio, ma anche perché mio padre, Monaldo, ha dato il colpo di grazia ai fragili beni familiari con l’acquisizione di quella sterminata biblioteca, che abbiamo visitato prima”. Hanno scritto che da questa biblioteca Giacomo Leopardi è entrato come cittadino di Recanati e ne è uscito come cittadino del mondo.

Cittadino del mondo diretto ad ogni porto, aggiungerei. E’ per questo che ho scelto di andare via e non potevo fare altrimenti. Mi mancava la vita vissuta”, sussurra tutto d’un fiato. “La notte sento ancora l’odore dei libri, sento ancora il peso di questo studio matto e disperatissimo. E non sa quante volte la mia mente ha viaggiato verso terre lontanissime e sconosciute mentre cercavo di stare sui libri per non deludere i miei genitori, a volte sento ancora le voci delle strada dove sono nato e mi rivedo a giocare con alcuni dei miei fratelli, Carlo e Paolina, con i quali condividevo i sogni, i progetti e le fantasie d’evasione. E rivedo anche Silvia che passa davanti la  finestra del mio palazzo, a Silvia penso spesso e il suo ricordo mi commuove sempre. Tutto questo, però, non poteva bastarmi”.

Si è accorto, a un tratto, che in lui la conoscenza della realtà era mediata soltanto dalla cultura, sentiva di non avere un rapporto diretto con la vita concreta, con la sua vita. Sentiva il bisogno di diventare grande e per farlo davvero, doveva andare via. Racconta di aver sofferto molto da giovane, di essere stato ferito e ingannato. Racconta di aver vissuto in un ambiente troppo piccolo, che lo isolava dagli altri intellettuali e non gli consentiva una formazione moderna. “Mi sembrava di vivere un po’ fuori” continua “mi sentivo il sopravvissuto in un’epoca che non capivo fino in fondo e che forse non mi ha mai capito”.

Cosa è, per un poeta, la scrittura?: “Se non scrivessi non saprei come fare: sono un curioso spettatore della vita, delle conversazioni, delle vite degli altri e della mia. Attraverso la scrittura sono riuscito a superare la mia solitudine interiore”.

Per i poeti scrivere è come una ferita che non si rimargina. La scrittura sta alla vita come un acquarello ad un quadro a olio: nasce da uno stato d’animo, domanda di essere scritto di getto. Questa ipersensibilità nei confronti dell’esistenza non sempre gli ha giovato. C’è stato un tempo, racconta, in cui ha pensato che l’uomo non avrebbe mai potuto realizzarsi perché: “l’uomo non è nulla, non può sperare in nulla. Io stesso ho sentito la vita diventarmi estranea e il risultato è stato un blocco psicologico che mi ha impedito per molto tempo qualsiasi partecipazione alla realtà sociale”. Oggi Giacomo Leopardi si è riconciliato con la vita e con le persone: con i suoi affetti.

Continua ancora ad annoiarsi? “Terribilmente. La noia” dice mentre ci alziamo per raggiungere la bella piazza di Recanati “è il più sublime dei sentimenti umani e non è come si crede un mal comune”. Comune è l’esser disoccupato o sfaccendato, non annoiato. La noia invece è soltanto: “in quelle anime in cui lo spirito è qualcosa”.

Essere qualcosa, diventare qualcuno oppure essere semplicemente sé stessi: la scommessa più grande da vincere. Quanto è complicata questa vita. “A volte” gli dico “ tutto sembra così difficile, così in salita. A volte viene quasi la tentazione di dimettersi da essere umano e diventare come il suo passero solitario, che da solo basta a sé stesso”.

Anche lei pessimista?”, mi domanda quasi a prendermi in giro mentre si sistema il cappello “io non lo sono più e mi sono sempre ribellato ogni volta che qualcuno ha voluto riportare il mio pessimismo a ragioni biografiche. Ho amato moltissimo l’uomo e la sua condizione mortale. Non sono mai stato un uomo d’azione, lo ammetto: per me la vita è sempre stata la tavolozza dei miei colori. Ho sempre cercato, però, nel mio modo di concepire la letteratura, nel mio fantasticare interiore e nelle risorse individuali una risposta per me e per gli altri. Spero che nella Ginestra questo mio sentimento di fraterna pietà sia stato finalmente compreso”.

Un’ultima domanda: alla luce del suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, cosa pensa della crisi economica e morale che stiamo attraversando oggi? Si ferma un attimo a riflettere poi dice: “Istintivamente mi verrebbe di negare il valore della cultura moderna fatta soprattutto di relativismo, politica e statistica. Ai giovani però voglio dire di credere nel domani e nella forza della letteratura in quanto consolazione”.  

Intanto, si è fatta sera. C’è una luna che scintilla e illumina i nostri visi, Giacomo sembra conoscerla bene questa luna silenziosa che sta immobile a guardarci. “Se potessi” mi dice un attimo prima di salutarmi “volerei sulle nubi per contare ad una ad una le stelle”. Perché quando guarda la luna, le stelle il suo pensiero continua a smarrirsi e si sommerge fino a confondersi con l’immensità stessa. Senza più paura di essere ferito, senza più paura di essere ingannato soltanto con la consapevolezza di essere un poeta che da sempre ha amato gli uomini e il loro fragile modo di essere mortali.

 

Giornalista. Membro della Direzione e Responsabile della sezione Cinema e TV.Scrive anche per Cronachedigusto.it, FoodieDrivers.it, Geapress – Agenzia di Stampa. Vincitrice della Borsa di Studio Norman Zarcone, assegnata dall’Ordine Giornalisti Sicilia