Io li ho fatti e so che la ferita non guarisce

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Cogitoetvolo presenta spesso delle testimonianze positive per ricordare che di persone che fanno il bene, su questa terra, ce ne sono davvero tante! Quella di oggi parla di una donna che ad un certo punto della sua vita si è resa conto che non poteva continuare a chiuderegli occhi di fronte ad uno dei drammi più grandi dei nostri tempi. Leggiamola. Quando parla, la dottoressa Luana Stripparo è come un fiume in piena e le sue parole spesso forti sono significative, perché vengono dall’esperienza diretta di chi è stata sul fronte e ha visto con i propri occhi ciò di cui tanti parlano senza sapere di cosa si tratti in realtà. Ginecologa, 53 anni, madre di tre adolescenti, lavora presso la clinica Mangiagalli di Milano e ha alle spalle un’esperienza che vale la pena conoscere per capire di cosa parliamo realmente quando pronunciamo la parola “aborto”. E ce lo dice una che si è laureata con una tesi proprio sul tema dell’“aborto selettivo dopo diagnosi prenatale”, un medico che nell’esercizio della sua professione gli aborti li ha eseguiti, ma a un certo punto ha scelto l’obiezione di coscienza. “Chi non ha mai praticato un’interruzione di gravidanza – spiega la dottoressa Stripparo – non può capire quanto sia insopportabile moralmente e fisicamente. Sicuramente, non ha mai visto i frammenti di arti nelle vaschette dopo l’intervento. Non è un grumo di sangue ciò che viene aspirato dal corpo della donna. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Ma questo è ancora un tabù invalicabile. Io a un certo punto non ce l’ho fatta più. Ho veramente raggiunto la saturazione e ho detto: Adesso basta”. La dottoressa Luana Stripparo manifesta quello che la cultura abortista si rifiuta di ammettere: sono tantissime le donne che ricorrono all’interruzione di gravidanza e poi se ne pentono. Il ricordo per tutta la vita “Pochi giorni fa una paziente che aveva appena saputo di essere incinta ha chiesto di abortire. Non lo aveva ancora fatto e già piangeva. Le ho detto che se era così disperata adesso, lo sarebbe stata ancora di più in seguito. Non voglio creare sensi di colpa. Ma perché non si può dire che l’aborto equivale a un figlio che non nasce, o spiegare che il ricordo di questo intervento te lo porti dietro per tutta la vita?” In queste vicende non si può dimenticare che esiste, oltre alla donna e al bambino, una terza persona che, inspiegabilmente, sembra sempre non avere a che fare con la vicenda: “Quante volte, troppe, ho visto donne abortire perché è il compagno che lo vuole. Mi raccontano, disperate, che lo fanno perché lui non si sente pronto”. Molti chiedono di avere rispetto per chi deve affrontare questa scelta dolorosissima: “Verissimo, ma poi vai a vedere la realtà. Nell’applicazione della 194 è previsto il sostegno prima di ottenere il certificato. Ma da quel momento in poi la donna è completamente sola. Nessuno è accanto a lei per gli esami del sangue, per la visita con l’anestesista, e figuriamoci poi per l’intervento. In tal modo le è preclusa ogni possibilità di un ripensamento prima che entri in sala operatoria. È questo forse il vuoto che la legge dovrebbe colmare”. La dottoressa Stripparo conosce bene gli ospedali e non può fare a meno di notare che davanti alle sale parto c’è sempre un pienone di amici e parenti. Nelle sale dove si abortisce c’è il vuoto assoluto. “Nelle sale parto si mette al mondo una vita umana. Nelle camere operatorie si curano le persone. Nelle sale dell’aborto nessuno si salva: un bambino non viene al mondo e una donna si procura una ferita che le rimarrà per tutta la vita”. L’articolo è stato pubblicato dal settimanale Famiglia Cristiana dell’8 giugno 2008.

Saverio Sgroi

Educatore con una grande passione per tutto quello che riguarda il mondo dei giovani, dai quali non finisco mai di imparare. Per loro e con loro mi sono imbarcato su questa nave di C&V, di cui sono stato il "capitano" fino alla fine del 2016. Poi ho lasciato la barca ai più giovani, con la convinzione che sapranno condurla verso porti sempre più prestigiosi.