Io, senza categoria

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Bip-bip. “Aperitivo stasera? Hanno aperto un nuovo locale carino, proviamo?”  L’idea mi piace moltissimo, ho passato una giornata sui libri e ho bisogno di prendere un po’ d’aria: era proprio il messaggio che aspettavo. Rispondo con entusiasmo e cerco di finire quel dannato capitolo quanto prima. Mi immergo nella lettura, sono già a buon punto quando sento un altro bip: “P.s: posto chic, sarà meglio andare col tacco”. Crolla il mio entusiasmo. La mia voglia di essere chic è pari a quella di studiare quel capitolo. Nelle mie condizioni di studentessa in piena crisi di esami mi va solo di fare una doccia veloce, indossare qualsiasi cosa trovi nell’armadio  e rilassarmi un po’ con gli amici, altro che tacchi.

E ora? Chiudo il libro, comincio a pensare alle mie alternative: non uscire, oppure trasformarmi da topo di biblioteca in ragazza chic e andare in questo locale così “carino”.

Mi butto sul letto e comincio a pensare. Quant’era bello essere bambini! L’uscita più chic che ti potesse capitare era andare dal tuo compagnetto di giochi e intrecciarsi sul tappeto nel tentativo di giocare a Twister. Adesso invece, prima di uscire, devi informarti, perché quel posto lì è bon ton, e allora devi indossare il tacco. L’altro posto, invece, è un po’ fricchettone, e allora devi avere almeno una treccina colorata. E il mio guardaroba? Dove lo colloco? È chic? È fricchettone? Deve essere multifunzionale?

Mi sembra più che altro che non abbia una categoria. Sì, sono una “senza-categoria”. Non perché sia “alternativa” o perché non abbia cura di me, ma perché non mi piacciono le treccine colorate e sui tacchi sto scomoda. Il mio guardaroba è fatto di jeans, maglioni, giacche, stivaletti, gonne e tute. È fatto di ciò che mi serve per andare all’università, o per passare una serata carina con gli amici, o per prendere un caffè dopo pranzo. Non è fatto, però, per essere esclusivamente chic né fricchettona.

Ho trascorso la mia adolescenza facendo amicizia con persone molto diverse tra loro, e di queste persone ho sempre cercato di vivere il meglio. Adesso mi ritrovo a dover fare i conti con un mondo “settoriale”. “Il simile conosce il simile”, diceva Empedocle, ma non mi pare dicesse anche che il simile esclude il non-simile.

In che mondo viviamo? Finisco per arrabbiarmi, perché non voglio che le categorie che tanto odio dettino legge. Non voglio sentirmi in imbarazzo se decido di indossare un tacco 12 in un locale freak! Voglio stare bene con me stessa, non far parte di un modo d’essere precostituito. Voglio avere la mia categoria personale, essere Io e solo Io, non uno dei tanti Io che formano QUEL gruppo, QUELLA tendenza, QUELLO stile. Mi rendo conto di vivere in un mondo catalogato, nel quale la vita sembra più facile se ci si adatta a un modo di fare già pensato e costruito, ma sono enormemente grata al mio orgoglio e alla mia testardaggine per essermi mantenuta un Io e non aver mai fatto parte di un Noi chiuso.

Scendo dal letto. Prendo un jeans, e indosso un paio di scarpe comode. Esco, ma conciata come voglio Io.

Rossella Angirillo

Laureata in Giurisprudenza, ho sempre affrontato la vita con intraprendenza e determinazione: è difficile distogliermi da un mio obiettivo e non mi spaventano le nuove sfide. Tra codici e sentenze, nel tempo libero accontento la mia parte sognatrice: sono molto riflessiva, e mi piace affidare alla scrittura tutti i miei pensieri.