Ispirazione, storia, memoria. A colloquio con Paolo Di Paolo

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Roma. E’ una fredda giornata di vento, di limpida tramontana con un cielo incredibilmente azzurro. Lo scrittore ordina un caffè d’orzo in un bar vicino Piazza Venezia. E’ un narratore instancabile, curioso, appassionato con un eloquio a volte divertente, a volte inquieto, ma sempre inesauribile, rapido e originale. Paolo Di Paolo – già incontrato un anno fa per i lettori di C&V – sceglie sempre le parole con molta cura e prima di ogni risposta, si concede qualche secondo di pausa. “I libri che scriviamo – ammette sorridendo – mentre li scriviamo non possiamo capirli”. Spesso l’idea da cui una scrittore era partito si trasforma, diventa altro, eppure quella idea primordiale lampeggiava nitidamente nella sua mente come una boa luminosa.

Nello scrivere un romanzo, come nella vita del resto, ci possono essere delle false partenze. Paolo Di Paolo voleva partire da qui: una ragazzina si perde su una spiaggia e chiede a un ragazzo se ha visto un ombrellone rosso con dei pesci. Lui vorrebbe alzarsi e aiutarla, ma qualcosa gli fa dire solo, semplicemente no. Poi se ne pente e vive tutto un terribile pomeriggio di angoscia. Il giovane scrittore romano non hai più usato questa immagine. Sapremo mai come finisce questa storia? Probabilmente no. Di Paolo ha preferito raccontare un’altra storia: un professore in pensione una mattina passa in macchina davanti alla sua vecchia scuola, si vede sfilare davanti un ex studente e lo investe. Da qui ha inizio Dove eravate tutti –  il suo ultimo libro – e da una frase di De Sanctis: “I popoli, come gli individui, nel pendio della loro decadenza diventano nervosi, vaporosi, sentimentali”. Questa frase è stata per lo scrittore romano, una autentica indicazione di lavoro, che ogni giorno richiamava a sé stesso. “Il nervosismo – dice – è tutto in una prosa che si frantuma, che si spezzetta, che è comunque sincopata, singhiozzante. La vaporosità è nella imprevedibilità della materia storica che racconta, che evapora nel momento stesso in cui tu vorresti fermarla e il sentimentalismo è nello spirito lirico con cui il libro viene scritto. Ho trovato questi tre aggettivi perfetti anche per descrivere questo tempo, almeno alle nostre latitudini”.

Le sue sono quelle di un giovane uomo che vive di cultura, come se i libri fossero il naturale combustibile della sua vita. Parla di Dostoevskij, di Viginia Woolf e di tanti altri con confidenza e complicità, come se facessero parte di una sua famiglia ideale. Racconta di avere sempre saputo che non si potrà mai leggere il mondo come lo fa una donna. Lui ha molto imparato dalla narrativa e dalla poesia scritta dalle donne. “Virginia Woolf” continua “donna sicuramente particolare, mi ha seriamente fatto porre la domanda sul senso della scrittura”. Dove vuole andare a parare – si è chiesto – una che inizia il suo libro scrivendo: Mrs Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei. Quando poi ha continuato a leggere della protagonista, che si ferma in un angolo della strada a guardare Londra e la vita degli altri ha dovuto chiudere il libro, per la profondità di quello sguardo. Quello di una donna, appunto. “Una scrittrice così” continua “mette tutti gli altri nella condizione di non scrivere. Perché scrittrici come lei o scrittori come Proust hanno già scritto loro quello che volevi dire tu”. C’è poi un momento in cui ogni scrittore supera questa frustrazione e trova un suo modo di dire, nelle cose che sono state già dette: Paolo Di Paolo, il suo, l’ha trovato da un po’.

In Dove eravate tutti ha raccontato una storia che parla di famiglia, una famiglia sgangherata e fallibile come possono essere alcune. Una famiglia, però, che rimane sempre e comunque centro di gravità permanente di ogni individuo. Per questo il suo libro finisce il giorno in cui a Roma nevica perché quella neve risana i conflitti e le ferite, riconcilia gli sguardi. Quello di un padre e di un figlio, quello di una madre che non andrà più via. Quello di una intera famiglia dove tutti gli equilibri, in un giorno qualunque, sono saltati per aria.

 

C&V. Società liquida, amore liquido, famiglia liquida? Invece no. Nell’unità familiare sembri intravedere qualcosa che non si può gettare al vento con troppa facilità. E’ anche questa un’ancora di salvezza a cui aggrapparsi in tempi di crisi?

Credo che Italo, il protagonista del mio romanzo, cerchi costantemente una vita di famiglia. Crescendo i genitori si guardano con occhi diversi. Li guardi con i loro difetti e tu diventi sempre più simile a loro più di quanto tu creda. E’ una eredità spesso invisibile quella che ci lasciano i nostri genitori. Una eredità fatta di gesti, di modi di pensare il mondo e di gestire le situazioni che ci apparterranno per sempre. A un certo punto nel rapporto con i genitori è come se si completasse una staffetta come nel caso di Enea e Anchise. Enea fonda una città nuova, qualcosa che Anchise non poteva nemmeno immaginare per il figlio, ma il padre in quel momento è con lui. E’ sulle sue spalle. Enea si prende cura del padre con grande naturalezza. C’è in lui un sentimento di grande protezione, la stessa che vivono i figli nei confronti dei genitori quando iniziano ad invecchiare. La famiglia come luogo privilegiato dei legami è in crisi? Forse, ma la mia non è la storia della disgregazione di una famiglia, è più semplicemente il riconoscimento di una difficoltà e di una confusione che alla fine viene superata.

 

C&V. Ruggiero Cappuccio, parafrasando Italo Calvino, ha detto che si scrive sempre un solo libro. Leggendo Dove eravate tutti sembra che questa tesi venga confermata. Ci sono tutti gli elementi del tuo modo di essere e di pensare la scrittura: il desiderio dell’infanzia, il rapporto con i nonni, gli incontri con le ragazze, la famiglia come luogo privilegiato dei legami. E’ anche un romanzo sul tempo passato. Che rapporto hai con il tempo che passa?

Condivido pienamente quello che dice Calvino, che hanno detto molti scrittori. A volte quasi per azzardo vorresti dire: “adesso faccio un libro contro me stesso”, ma la verità è che non si può scrivere contro la propria natura. E’ soltanto assecondandola che riesci a trovare te stesso. Nuovi cieli, nuove carte è stato il mio primo libro, quello che mi ha dato la possibilità di diventare scrittore. Magari quel libro lo avranno letto al massimo trecento persone, ma se tu vai a rileggerlo ti accorgi che in quel libro c’era già tutto di me. Quello che uno scrittore acquisisce col tempo è semmai una abilità nel modo di scrivere, abilità che si affina sempre più nel modo di raccontare le cose, il proprio tempo. E in questo raccontare  il passato è qualcosa che in me torna sempre a farmi visita, a volte, con molta nostalgia. 

 

C&V. Sembra che la Storia, quella fatta di eventi politici ed economici viaggi sulle nostre teste mentre noi siamo alle prese con le nostre piccole avventure. E invece la Storia, quella dei libri e quella nostra personale, è sempre frutto delle nostre scelte individuali. Come incoraggiare i ragazzi a prendere coscienza che con il loro impegno possono cambiare le cose?  

A volte sono completamente sconcertato dal cinismo. Girando per le scuole ho potuto constatare che troppo spesso ragazzi molto piccoli ragionano come se avessero chissà quale disincanto certificato o lungo passato in cui le cose non cambiano perché non c’è prospettiva, non c’è speranza. E’ come se avessero demandato a non si sa bene chi l’ipotesi di una costruttività. Credo molto nella validità degli esempi positivi, nell’esempio di persone, che hanno raggiunto degli obiettivi in qualunque professione, in qualunque campo con grande fatica, con grande sforzo senza nessuno aiuto. Credo molto in queste storie perché è in esse che – secondo me – possiamo trovare l’antidoto a questo disincanto, a questa inerzia. Dove c’è veramente la necessità di cambiare le cose, il cambiamento è possibile nonostante le difficoltà. Bisognerebbe, oggi, proteggere la propria interiorità da ciò che è inutile. La scelta nell’investimento emotivo in un momento di crisi, forse, è quello che appaga di più. C’è sempre un orizzonte di vita sotto la cenere.

 

C&V. Il tuo libro è fatto anche di tuoi disegni e di ritagli di giornali, che ricordano anche il rapporto tra storia e cronaca. C’è spazio anche per facebook che hai definito un social proustiano. Puoi precisare questa affermazione?

Questo cercarsi attraverso facebook è un po’ una ricerca del tempo perduto. Quando si scrive qualcosa su questo strumento di aggregazione virtuale c’è una sorta di contatore automatico, che ti dice quanto tempo fa hai scritto una determinata frase. Facebook proietta quindi in un orizzonte temporale le cose che fai. Questa timeline per cui tutto ciò che hai scritto negli anni viene ordinato secondo la linea del tempo è un po’ inquietante perché questa dimensione non è mai il futuro, ma è già passato, un passato che viene archiviato ed è per questo che mi è venuto in mente questo nome.

Chissà perché – per quale strano errore del tempo – le domande più belle che vorremmo fare agli altri   arrivano sempre fuori tempo massimo. Accade sempre anche negli incontri più importanti della nostra vita e nelle interviste. La mia dopo quasi due ore è ormai finita. Paolo riceve una telefonata. E’ lo scrittore Antonio Debenedetti, lo sta aspettando nella sua bella casa – a due passi da Fontana di Trevi – per parlare del libro che stanno scrivendo insieme. Non c’è più tempo, lo scrittore deve andare via. Un’altra vita sta per essere raccontata. Un’altra storia sta per essere ripensata.

 

Giornalista. Membro della Direzione e Responsabile della sezione Cinema e TV.Scrive anche per Cronachedigusto.it, FoodieDrivers.it, Geapress - Agenzia di Stampa. Vincitrice della Borsa di Studio Norman Zarcone, assegnata dall'Ordine Giornalisti Sicilia