Israele, Palestina e il silenzio dei media

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In occasione delle trascorse vacanze natalizie il mio docente di storia e filosofia ha assegnato la lettura dell’opera di Amos Oz Contro il fanatismo.

Oz, noto autore israeliano, fanatico “redento (come si definisce lui stesso), dopo aver esposto quali siano stati i fattori che lo hanno portato a coltivare la passione per la scrittura, si concentra su quello che da ormai 60 anni rappresenta la quotidianità nei rapporti tra i paesi mediorientali: la guerra tra lo Stato di Israele ed il popolo palestinese (non lo si definisce Stato perché privo di un reale territorio su cui esercitare la sovranità) che coinvolge un gran numero di paesi circostanti ed anche quelli meno prossimi dal punto di vista territoriale (vd. Stati Uniti).

Tale compito, nemmeno troppo arduo considerata la brevità del libro, mi ha portato a riflettere su un tema che sinceramente negli ultimi anni non ha né destato né attirato troppo il mio interesse, anche a causa delle sporadiche notizie al riguardo da parte dei mezzi di informazione. Un argomento tornato quanto mai di attualità in questi ultimi giorni in cui Israele sembra aver tentato di sferrare l’attacco finale alle milizie terroriste di Hamas che da tempo non esitano ad uccidere civili israeliani facendosi scudo dei propri compatrioti per sfuggire alla morte.

Seguendo notiziari e leggendo i giornali mi sono tuttavia accorto che i mass media, soprattutto in questo caso, sono risultati piuttosto di parte, sbilanciandosi a favore del popolo palestinese, dipinto come vittima indifesa di attacchi violenti e privi di fondamento. Il mio non è assolutamente un tentativo di ricercare una giustificazione all’azione bellica dello Stato israeliano, poiché l’attacco ad obiettivi civili o a scuole, ospedali sotto il patrocinio dell’Onu, non è oggetto di possibili scuse. Tuttavia solo pochi giornalisti ed opinionisti hanno trovato il coraggio (e la memoria) di ricordare che da anni il popolo israeliano è soggetto agli attacchi costanti da parte delle milizie, ed hanno fatto notare come, nella maggior parte dei casi, le scuole e gli ospedali abbattuti, fossero in possesso dei terroristi di Hamas che avevano già provveduto a collocare sui tetti di tutte queste strutture ordigni missilistici. Se questo non giustifica il comportamento di Israele, perlomeno divide a metà le colpe tra i dirigenti israeliani e quelli palestinesi.

Questo mi ha spinto a riflettere su come, non solo in questa occasione, i media si dimostrino molto spesso di parte, non riportando obiettivamente le notizie: già il fatto di essere estremamente propensi a trattare di storie macabre e perverse per suscitare l’interesse altrettanto perverso del pubblico, dimostra l’incapacità di andare al di là delle esigenze di mercato, esponendo anche eventi e storie positivi.

Noi giovani allora, nella piena età della formazione, come possiamo sperare di crearci un’opinione obiettiva e reale degli avvenimenti se le notizie sono parziali? Non è possibile, se si decide di arrendersi all’apparenza, perché il bisogno e il desiderio della ricerca della verità inducono, al contrario, a documentarsi con minuzia senza fermarsi alla superficie. E tale desiderio può nascere solo dal dialogo e dalla dote di sapersi mettere nei panni degli altri comprendendone e rispettandone i punti di vista e le motivazioni.

Solo così si può sperare di arrivare alla realizzazione di una società animata non più dallo spirito di guerra, ma da quello di pace che porta gli uomini ad essere solidali tra loro in un mondo fondato sugli ideali dell’amore e della comprensione reciproca (e sensata).