Italia civile

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«La buona notizia è che le esecuzioni hanno luogo in un piccolo numero di Paesi. Questo dimostra che stiamo facendo passi avanti verso un mondo libero dalla pena di morte. La brutta notizia, invece, è che centinaia di persone continuano ad essere condannate a morte nei Paesi che ancora non hanno formalmente abolito la pena capitale». Con queste parole di Irene Khan, segretaria generale di Amnesty International, l’organizzazione internazionale non governativa per i diritti umani, ha commentato il rapporto “Condanne a morte ed esecuzioni nel 2008”. Tutt’altro che scrivere, come ha fatto qualche commentatore, che «c’è sempre meno lavoro per i boia della maggior parte del mondo».

Basta scorrere i numeri. Nel 2005 sono state giustiziate 2148 persone in (soli) 22 Paesi ed emesse 5186 condanne a morte in 51. Nel 2008, invece, sono state uccise 2390 persone in 25 Stati, con una media di quasi sette esecuzioni il giorno, ed emesse 8864 condanne alla pena capitale in 52 Stati. Il tragico primato mondiale spetta al Paese che l’anno scorso ha ospitato le Olimpiadi: la Cina, con almeno 1718 giustiziati (il 72% del totale) con fucilazione spesso collettiva o con iniezione letale. Seguono l’Iran con 346 persone (comprese otto con meno di 18 anni all’epoca del reato e quindi in violazione della legge internazionale; uccise anche con l’impiccagione e la lapidazione), l’Arabia Saudita con 102 (comprese tre donne; in genere, con decapitazione pubblica), gli Stati Uniti con 37 (la maggior parte in Texas, con iniezione letale) e il Pakistan con 36 esecuzioni. E questi cinque Paesi, da soli, totalizzano il 93% delle condanne a morte.

Come non bastasse, secondo Amnesty International, alcuni Stati – e tra questi Afghanistan, Arabia Saudita, Iran, Iraq, Nigeria, Sudan e Yemen – hanno emesso condanne al termine di processi iniqui. Poi, in alcuni degli stessi (come Arabia Saudita, Iran o Sudan) e negli Usa si nota l’uso sproporzionato di questa pena nei confronti di persone povere o appartenenti a minoranze etniche o religiose. Ancora una volta, tragicamente, la legge non è uguale per tutti. Neanche la “civile” Europa è esente, perché uno Stato compie esecuzioni capitali: la Bielorussia, dove le condanne sono avvolte nella segretezza e dove lo scorso anno sono state uccise quattro persone.

Eppure, piano piano, qualcosa si sta muovendo. L’anno scorso l’Argentina e l’Uzbekistan hanno abolito la pena di morte per tutti i reati. In vari Stati a stelle-e-strisce si sta cambiando opinione: le esecuzioni sono state “soltanto” 37, il numero più basso dal 1994, e lo scorso 19 marzo [2009] anche il New Mexico ha abbandonato questo tipo di pena (è, quindi, il 15° negli Usa ad abolirla). Pure in Asia «si avverte un’evidente volontà di abolizione». E pensare che basterebbe prendere esempio dall’Italia o meglio, dalle intuizioni di un illuminista, Cesare Beccaria, e da una legge di uno Stato pre-unitario: il Granducato di Toscana.

Giulio Beccarla era un giurista e letterato milanese (1738-1794), padre di Giulia, a sua volta madre di Alessandro Manzoni. Nel 1764, in pieno ancien régime, pubblicò il libretto “Dei delitti e delle pene”. Il testo, subito apprezzato in Europa e in particolare da Voltaire e da Denis Diderot, era davvero in anticipo sui tempi. È stato inserito, per esempio, nell’“Indice dei libri proibiti” per la distinzione tra reato, considerato danno sociale, e peccato, giudicabile soltanto da Dio. Per quanto riguarda la pena di morte, Beccaria scriveva che per punire un delitto, lo Stato ne compie a sua volta un secondo: “Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? (…) La pena di morte diviene uno spettacolo per la maggior parte e un oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni”. Poi, negli strati più bassi della popolazione, quelli dove nasce il maggior numero di reati, “la religione si affaccia alla mente dello scellerato, che abusa di tutto, e presentandogli un facile pentimento ed una quasi certezza di eterna felicità, diminuisce di molto l’orrore di quell’ultima tragedia” (capitolo XXVIII).
Il secondo fatto ha una data precisa: il 30 novembre 1786, nel Granducato di Toscana, Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena emanò il nuovo Codice penale, dove tra l’altro erano abolite la tortura e la pena di morte. (…)

Ebbene, con sorpresa della “civile” Europa, il Granducato di Toscana è stato il primo Stato al mondo ad abolire la pena di morte. Quelle norme sono restate in vigore per quattro anni, perché nel 1790 lo stesso Leopoldo firmò – “in un momento d’ira”, come lui stesso disse dopo – un editto per reintrodurre quella condanna contro i “ribelli” che provocavano tumulti. In ogni caso, quel Codice è stato la classica pietra nello stagno. Nel 1859, centocinquant’anni fa esatti, è ancora la Toscana o meglio il Governo provvisorio toscano (che ha fatto confluire l’ex Granducato nel Regno d’Italia) ad abolire di nuovo, e sempre per prima, la pena sul proprio territorio. (…)

La coraggiosa decisione del Governo toscano creò qualche problema legale nel neonato Regno: la Toscana senza e il resto del Paese con la pena capitale. Così, tra i tanti problemi che lo Stato risorgimentale doveva risolvere, c’era anche quello pro o contro l’abolizione. Nel 1889, con il nuovo Codice penale, il cosiddetto codice Zanardelli, la condanna a morte scomparve. Trascorse quasi un trentennio e nel 1926, Benito Mussolini, fatto segno di attentati, la ripristinò contro chi cospirava alla vita, all’integrità o alla libertà della famiglia reale e del capo del Governo, e per alcuni reati contro lo Stato.
Tralasciando il dramma della seconda guerra mondiale, l’ultima condanna a morte eseguita in Italia avvenne nel marzo del ’47: furono fucilati tre siciliani che in una cascina di Villarbasse (Torino), a scopo di rapina, avevano massacrato a bastonate dieci persone e le avevano gettate ancora vive in una cisterna. Pochi mesi dopo, il 1° gennaio 1948, è entrata in vigore la Costituzione repubblicana, che allora prevedeva “Non è ammessa la pena di morte se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”. Con la successiva abolizione della pena di morte dal Codice penale militare di guerra, dal 1994 questo tipo di condanna è sostituito dalla massima pena prevista. Così, oggi l’ultimo comma dell’articolo 27 della Costituzione recita “Non è ammessa la pena di morte”.

La marcia dell’Italia per diventare uno Stato totalmente abolizionista è stata lunga, ma comunque più breve di quella di altri Paesi ritenuti paladini dei diritti umani. La Gran Bretagna, per esempio, nel 1965 abolisce la pena per gran parte dei reati (esclusi alto tradimento o di competenza militare) e soltanto nel 1998 la cancella del tutto. In Francia, la ghigliottina ha funzionato l’ultima volta il 10 settembre 1977, a Marsiglia, e soltanto nel 2007 la pena di morte è esplicitamente esclusa anche dalla Costituzione.

Di certo, lo scorso 10 ottobre [2008], in occasione della Giornata europea e mondiale contro la pena di morte, Hans Gert Poettering, presidente del Parlamento Europeo, ha affermato che questo tipo di condanna «è in contraddizione con tutti i valori su cui si basa l’Unione Europea e quindi soltanto quei Paesi in cui le esecuzioni capitali sono state abolite de facto o di diritto possono aspirare a diventare membri dell’Unione». E la Commissione Europea, per bocca del commissario Benita Ferrero Waldner, ha rilevato come «l’Europa abbia creato una zona franca dalla pena di morte che si estende dalla Norvegia alla Turchia e dall’Islanda a Vladivostok. Con la battaglia per la moratoria universale approvata il 18 dicembre 2007 dall’Onu, l’Europa ha assunto un ruolo di leader mondiale nella lotta per l’abolizione della pena capitale».

In conclusione, secondo dati del marzo 2009, gli Stati che hanno abolito la pena capitale per legge o nella pratica sono 138, i due terzi del totale: 92 l’hanno abolita per ogni reato, 10 ce l’hanno per reati eccezionali come quelli commessi in tempo di guerra, 36 Paesi sono abolizionisti de facto perché non vi sono esecuzioni da almeno dieci anni, oppure perché hanno assunto un impegno a livello internazionale a non eseguire condanne a morte. La speranza è che in tutto il mondo si realizzi quanto prima il versetto biblico (Genesi 4,15) dal quale deriva il motto dei sostenitori dell’abolizione: “Nessuno tocchi Caino”. O per dirla alla toscana, “perché fra noi la civiltà fu sempre più forte della scure del carnefice”.

L’articolo integrale è disponibile su  Dimensioni Nuove.

 

Cogitoetvolo