J. Edgar

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Un film di Clint Eastwood. Con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Josh Lucas, Judi Dench. Durata 137 min. – USA 2011. Warner Bros Uscita 4 gennaio 2012

Emblema e punto di riferimento dell’applicazione e del rispetto della legge negli Stati Uniti, J. Edgar Hoover è stato per quasi 50 anni il capo dell’Fbi, un uomo di potere temuto e ammirato, insultato e venerato. Ma, nel chiuso delle sue stanze, egli custodiva segreti che avrebbero distrutto la sua immagine, la sua carriera e la sua vita.

“Do I kill every thing I love?”

Ecco l’altro tanto atteso tassello del mosaico che pian piano Clint Eastwood sta ricostruendo sulla storia della società americana. È partito dalla desolazione dei westerns, quando i pistoleri si uccidevano per un pugno di dollari; ha osservato il riflesso della storia sulle relazioni interpersonali, per poi inseguirla sui campi di battaglia della seconda guerra mondiale, fino ad arrivare a trattare un tema così scomodo ai giorni nostri come la morte. Una continua ricerca che, secondo le stesse parole del regista, non si prefigge di offrire delle risposte, ma di svelare quelle domande necessarie per un’umanità consapevole. In questo viaggio nella storia, le ragioni della scelta di un bio-pic sulla figura di J. Edgar sembrano risalire a una riflessione sul senso stesso di questa ricerca: una vita dove l’ambito privato si compenetra con quello pubblico offre la possibilità di riflettere sul rapporto tra verità e immagine. Lo spettatore, per tutta la durata del film è stimolato a raccogliere indizi per arrivare a capire chi sia davvero.

John Edgar Hoover, per 50 anni a capo dell’FBI, fino al 1972, anno della sua morte, ha attraversato ben otto mandati presidenziali degli Stati Uniti e tre guerre, ricoprendo un ruolo fondamentale nella costruzione del Paese. La sua grandiosità consiste sicuramente nell’aver introdotto un metodo scientifico nelle indagini poliziesche. Dietro il sorriso spavaldo ritratto da tutti i media del tempo, dai giornali, ai fumetti e perfino il cinema, si nasconde tuttavia un uomo insicuro e spaventato che baratta la propria personalità con una maschera di successo. Oppresso dalla presenza schiacciante della madre, bramoso più di ogni altra cosa di primeggiare e di comandare su tutto e tutti, Edgar è incapace di farsi realmente conoscere dagli altri. Si sorride all’inizio a vederlo corteggiare in un modo a dir poco singolare la sua futura segretaria, ma nel rapporto ambiguo con il fedelissimo braccio destro Clyde Tholson, questo contrasto interiore si rivela in tutta la sua drammaticità. Su questo punto, lo sceneggiatore Dustin Lance Black crea un parallelo con la sceneggiatura di “Milk”, che gli valse l’oscar nel 2008. Da una parte l’ascesa politica di Harvey Milk, attivista per i diritti degli omosessuali, il quale arriva a sacrificare la propria vita privata per le sue battaglie civili; dall’altra, agli antipodi, i rimandi velati a un’omosessualità repressa di Hoover, incapace di essere se stesso in mezzo alla gente, di accettare gli altri nella propria vita. Nella paura della diversità e nel rifiuto dell’altro, si fonde la psicologia del protagonista e quella di un intero Paese. Allora era il comunismo e le scorribande dei gangsters, oggi l’Islam e l’emergere di nuove potenze economiche minacciose per la sua egemonia; l’America ha sempre sentito la necessità di marcare un confine tra la sua democrazia e il resto del mondo. Una divisione manichea tra bene e male, che si riflette nello stesso Hoover, il quale coltiva l’illusione che il male non sia parte di ognuno di noi, ma sia sempre da ricercare nell’altro.

La grandezza dei maestri del cinema si rivela nella loro capacità di unire il contenuto della storia ai metodi narrativi. Eastwood affida il ruolo di narratore allo stesso Edgar, che in una sorta di flusso di coscienza srotola un racconto in cui memoria e presente si mischiano e lo spettatore fatica a distinguere ciò che è realmente successo dall’immaginazione del protagonista. Interessante notare il contrasto stridente tra le immagini cinematografiche su Edgar e l’unica scena storicamente autentica di un discorso di Martin Luther King, due modi opposti di vivere la propria notorietà. L’intento però non è del tutto riuscito; risulta difficile cogliere una linearità narrativa o anche solo dei collegamenti interni tra gli episodi, col risultato che 137 minuti di film possono risultare indigesti. Più che una narrazione originale, ogni tanto si ha la sensazione di essere davanti a una sceneggiatura farraginosa. Un’altra pecca è il trucco per l’invecchiamento degli attori, assolutamente inadatto a una produzione del genere. Non convince neanche la fotografia del fidato direttore Tom Stern, spesso troppo opaca e smorta, che più che ricreare le atmosfere degli anni trenta, finisce per sbiadire i personaggi. Di contro, a fianco dell’ennesima interpretazione ben riuscita di Di Caprio, Armie Hammer (Clyde) ci offre una sorprendente prova di recitazione.

Proprio Clyde alla fine di una lunga carriera disseminata di segreti e bugie, affidati unicamente ai dossier mai ritrovati dell’FBI, rappresenta l’unica possibile salvezza del protagonista. Ormai al tramonto della propria carriera, per la prima volta Hoover riconosce e sembra essere sul punto di esprimere i propri sentimenti per il compagno di una vita. La relazione con l’altro e i sentimenti sono infatti la chiave di volta della ricerca umana di Clint Eastwood. Come diceva Ezra Pound “ciò che sai amare, è il tuo vero retaggio.”

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La recensione è stata scritta da Lorenzo Ponte e Andrea Piazza.

 

Studio Lettere Classiche a Milano, ma non spaventatevi perchè scrivo in Italiano. Anzi penso che proprio nei grandi classici che ci hanno tramandato i Greci e i Romani si possano trovare delle chiavi per vivere più a fondo il nostro presente. Quando non non sto con le persone a cui voglio bene e non sto traducendo, mi piace guardare film. Se sbirciate nel sito, potete trovare qualche mia recensione. PS Il mio film preferito, anche se è stato doloroso sceglierlo, è ‘Into the wild’.