Jane Eyre

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Un film di Cary Joji Fukugama. Sceneggiatura: Moira Buffini dal romanzo di Charlotte Brontë. Con Michael Fassbender, Mia Wasikowska, Jamie Bell, Sally Hawkings, Valentina Cervi, Judi Dench. Produzione: focus Features/BBC Films/Ruby Films. Durata: 120Min. Anno 2010. Paese: Gran Bretagna.

Jane Eyre fugge da Thornfield House, la residenza dove lavora come governante per il ricco Edward Rochester. L’isolamento e l’austerità del luogo, oltre alla freddezza di Mr. Rochester, hanno infatti lasciato un segno sulla giovane Jane. Riflettendo sul suo passato, Jane farà ritorno alla dimora di Mr. Rochester e al terribile segreto che egli nasconde.

“Non sono un uccello” dice “e non c’è rete che possa intrappolarmi: sono una creatura umana libera, con una libera volontà, che ora esercito lasciandovi”. E’ una grigia giornata di pioggia, buia e malinconica. Jane è molto pallida e profondamente turbata. Piange mentre, in silenzio, guarda l’orizzonte. Improvvisamente inizia a correre senza una metà. A cosa pensa? Da chi fugge? Ormai sfinita e sul punto di morire, viene accolta dal pastore Rivers e dalle sue sorelle.

Inizia così – in modo estremamente suggestivo – l’ennesima trasposizione di un grande classico, Jane Eyre, firmata da Cary Fukunaga. Si ricordano la versione interpretata da Orson Welles e Joan Fontaine (1943) e quella più recente realizzata da Franco Zeffirelli. L’opera di Cary Fukunaga – assistito dalla brava sceneggiatrice Moira Buffini – segue fedelmente e piacevolmente il testo di Charlotte Brontë, aggiungendo però una componente più cupa e a tratti visionaria al romanzo, cui fa da sfondo una bellissima fotografia fatta di luce rarefatta e di intensi chiaroscuri come accade nei dipinti del Caravaggio. Luce a tratti intensa e bellissima, che plasma sapientemente la suggestiva e oscura campagna inglese.

Un clima crepuscolare, che sembra andare di pari passo con l’animo dei due orgogliosi protagonisti – interpretati magistralmente da Michael Fassbender e da Mia Wasikowska – i quali in questo autentico incontro di anime lentamente si riaprono alla vita con l’arrivo della Primavera. Il risultato è un film da non perdere, che conquista tutti per l’immediatezza della narrazione e la capacità di suscitare una curiosità costante per lo sviluppo dell’azione nonostante i numerosi flashback, che all’inizio del film portano lo spettatore in un vorticoso su e giù di piani temporali.

Allontanata da casa dalla malvagia zia, Jane viene rinchiusa nel severissimo istituto religioso di Lowood. Qui le bambine ospitate, sono educate con grande fermezza e durezza secondo i diktat di una educazione vittoriana e austera. Eppure Jane cresce gentile e forte nell’animo, animata da un grande senso di giustizia e da una sincera pietà verso gli altri. Cresce serena nonostante le numerose punizioni, nonostante questa grave mancanza di amore che è essenziale soprattutto nella prima infanzia. Cresce, come tutti, con il desiderio di essere accolta e amata da un altro. Divenuta finalmente adulta e desiderosa di cominciare una nuova vita, arriva a Thornfield Hall – l’imponente e cupa dimora di Edward Rochester – dove viene assunta come istitutrice. Qui troverà il calore familiare, che le è sempre mancato e tra una passeggiata nei boschi e una lezione di geografia si innamorerà di Edward, uomo di grande fascino e bellezza, il quale nasconde però un doloroso segreto che potrebbe precludere per sempre la loro felicità.

Si può resistere al richiamo del vero amore? Sembrerebbe di no a giudicare dalla stretta di mano fortissima con la quale Edward trascina letteralmente Jane verso l’altare. Una stretta dalla quale Jane non riuscirà a liberarsi, nonostante la sua intransigenza e grandissima levatura morale. Jane crede in Dio e nei suoi disegni. C’è in lei un concetto di amore inteso come via di perfezione, che non può ignorare il senso cristiano del peccato e che la costringe dolorosamente ad allontanarsi dal suo amore. E a ritornare perché Dio – sembra dirci Charlotte Brontë – non affligge mai le sue creature, se non per una gioia più lunga e duratura.

Jane Eyre è una donna di una modernità disarmante. E’ una donna che lavora e si guadagna da vivere fuori casa. Rifiuta i pretendenti che considera come fratelli e pone la sua dignità di essere umano sopra di tutto. E’ intelligente, ironica e di una sincerità disarmante. Eppure Charlotte Brontë, morta a soli trentanove anni, ha scritto la sua opera migliore (quasi autobiografica) negli anni Quaranta dell’Ottocento dove la donna non poteva provare desideri, a maggior ragione se governante e provinciale. Forse è per questo che parliamo di questo film, di questo libro definendolo un classico della letteratura. Perché un classico “non ha mai finito di dire quel che ha da dire”.

Jane Eyre è uno di quei libri, dove vedi in te stesso più di ciò che c’era prima. Ed è con questa sensazione che usciamo sorridenti dalla sala cinematografica, nella convinzione che veramente Charlotte Brontë, come ha scritto mirabilmente Virginia Woolf, “ci tiene ben stretti per mano, non ci lascia neppure un istante né ci consente di dimenticarci di lei”.

 

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Giornalista. Membro della Direzione e Responsabile della sezione Cinema e TV.Scrive anche per Cronachedigusto.it, FoodieDrivers.it, Geapress - Agenzia di Stampa. Vincitrice della Borsa di Studio Norman Zarcone, assegnata dall'Ordine Giornalisti Sicilia