Jason Becker

0

Si è parlato tanto della triste storia di Eluana Englaro, di come sia sempre più frequente nella gente il desiderio di scegliere la morte di fronte ad una vita piena di sofferenze. E proprio il caso Englaro ci ha portato a considerare le vicende esistenziali di persone che continuano ogni giorno a dire SI alla vita, senza compromessi o eccezioni.

Questo è il caso di Jason Becker, funambolico chitarrista heavy metal statunitense, classe 1969, da anni costretto a letto a causa della sindrome di Lou Gehrig, meglio nota come SLA (sclerosi laterale amiotrofica). Jason ha sperimentato, in pochi anni, il successo assoluto nell’ambito del virtuosismo nella chitarra elettrica: a soli sedici anni era già considerato un mito, ricercato da grandi band, imitato da una miriade di chitarristi che hanno visto in lui un punto di riferimento costante. A diciannove anni fu in grado di partorire un album come Perpetual Burn, punto di arrivo di una maturazione tecnica impressionante che non lascia spazio a critiche negative.

Ciò che si rimprovera più spesso ad un chitarrista virtuoso, è infatti la mancanza di cuore nelle proprie composizioni, la mancanza degli elementi che diano colore e spirito a esecuzioni ineccepibili dal punto di vista squisitamente tecnico. Jason non ha mai avuto di questi problemi, e ha speso la sua vita alla ricerca della melodia e dell’edenico connubio tra velocità e armonia.

La malattia cominciò a manifestarsi quando aveva solo vent’anni. Da quel momento ciò che resta di Jason è, apparentemente, un corpo immobile senza reazioni, se escludiamo il movimento degli occhi. Una vita indegna di essere vissuta? Qualcuno direbbe così, se non conoscesse Jason Becker. La sua attività musicale non si è mai fermata… aiutato dai familiari, dagli amici chitarristi e da tutte le persone che lo stimano, egli continua a creare musica e arte, mantenendo livelli ben al di sopra della media. Non può suonare solo, questo no, non può più provare l’ebbrezza di far scorrere le sue dita sui tasti, non può più sfoderare bending e vibrati viscerali che lasciano di stucco, né riproporre i grandi voli musicali di Paganini in chiave rock, ma sa che la vita non finisce qui, che continuare è un imperativo categorico, un’esigenza difficilmente trascurabile, anche se tutto dipende da un computer che lo aiuta ad esprimersi, a tradurre in parole quei suoi sorrisi e quei suoi sguardi, spiazzanti nella loro immensa vitalità e genuinità.

C’è chi sceglie di morire e chi, come Jason, sa che non esiste limite alla creatività dell’uomo e alla sua grande dignità. Può una malattia abbattere un corpo? Sì, lo vediamo ogni giorno. Ma ciò che ci fa veramente uomini è la coscienza che non siamo e non saremo mai solo corpo, ma anche e soprattutto spirito, che siamo stati creati per fare grandi cose, e per sfruttare al massimo la vita che ci viene offerta. Dolore, morte, sofferenza, sconforto?  sono solo piccoli ostacoli che si frappongono tra noi e l’immensità, l’immateriale che nessuno può toccare ma a cui possiamo sempre tendere.

Le condizioni di Jason sono stabili dal 1997 e nulla sembra cambiare, né in peggio né, tantomeno, in meglio. Ma il nostro spirito, quello sì, è sempre capace di vivere bene e di trasformare qualsiasi sogno in realtà. E la realtà, in questo caso, è fatta di sei corde che vibrano in un’apoteosi di armonia e ritmo. Forza, Jason!

 

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.