Jihād 2.0 (mentre il mondo cade a pezzi…)

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Forse il mondo va troppo di fretta per capire quale pericolo corre. Forse gli uomini sono troppo impegnati per ascoltare la voce di chi annuncia una guerra mondiale già in corso. È sempre così: come per l’effetto serra e il riscaldamento globale, come per la desertificazione e lo scioglimento dei ghiacciai, c’è sempre chi è pronto a isolare le voci scomode di chi, semplicemente, va in cerca della verità. O di quel che ne resta.

Forse il mondo non vuole fermarsi a riflettere di fronte alle immagini strazianti di un giornalista costretto ad accusare il proprio Paese, la propria famiglia, i propri cari davanti a una telecamera, a inveire contro di loro come fossero macellai senza scrupoli, mercenari al servizio di una potenza oscura. E chissà se negli occhi di chi osserva in rete l’uccisione di un innocente rimanga, da qualche parte, l’orrore per ciò che ha visto.

Forse il mondo è troppo impegnato nei dibattiti “politici” sul ravanello di Moncalieri o sul porcino dell’Etna per accorgersi che in Nigeria c’è chi rischia la vita (e la maggior parte delle volte la perde) per andare in chiesa la domenica, che dall’Ucraina rischia di partire una crisi energetica senza precedenti, che in Siria il tentativo di rovesciare un “dittatore” sta causando l’ennesima guerra fratricida, e che in Iraq c’è chi marchia le case dei cristiani con la venticinquesima lettera dell’alfabeto arabo, ﻥ (nūn), iniziale di “nassarah”, ossia “nazareno”.

Chi ha paura dell’ISIS, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, alzi la mano. Chi soffre nel sentire di quella madre curda di religione yazidi con la caviglia rotta durante la fuga dal proprio villaggio, che chiede al figlio di ucciderla per non essere presa dagli uomini del califfato, alzi la mano. Chi urla di dolore nel sentire del figlio che ubbidisce all’ordine disperato della madre, abbassi la mano e la ponga sul cuore, per provare a reggere il peso di questa tragedia. La tragedia di chi perde tutto, di chi viene seppellito vivo, di chi viene torturato, decapitato, annientato… uomini, donne, bambini cancellati dalla memoria del mondo, in nome di una Jihād di ultima generazione, una guerra santa 2.0. Twitter, Youtube, televisioni dedicate, riviste patinate… gli uomini del califfato sanno bene come muoversi e come reclutare i propri volontari in giro per il mondo. Dall’Iraq alla Siria, il terrore e la morte si diffondo rapidamente, senza chiedere il permesso, lasciando trapelare voci di un’organizzazione militare efficiente e ben equipaggiata, che non lascia nulla al caso.

Eppure il mondo non si ferma, non riflette, sembra fin troppo sicuro delle proprie conquiste. Da Roma c’è chi si lancia addirittura in improbabili arringhe difensive a favore dei miliziani, confondendo (ancora una volta) terrorismo e resistenza, scoprendo all’improvviso l’esistenza di pericolosissimi aggeggi chiamati droni, comandati chissà da dove e chissà da chi, forse dal diavolo in persona.

Forse il mondo va troppo di fretta per capire quale pericolo corre. O forse fa semplicemente finta di non vedere, per non perdere gli ultimi raggi di un’estate arrivata tardi.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.