Jury. Come spaccare il mondo

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È stato definito il “diamante grezzo” di X Factor, entrato nel popolare talent show solo alla quinta puntata grazie a un provino di recupero, e via via plasmatosi al meglio, tanto da arrivare nel terzetto dei finalisti. Si è dovuto accontentare della medaglia di bronzo, ma per Jury Magliolo è stato come vincere, visto l’avventuroso percorso che lo ha portato all’ultima serata del programma e sulle strade della musica.

Strade che ha incominciato a prendere fin da ragazzino, complice una famiglia di musicisti che gli trasmette il Dna per le sette note. A 13 anni suona la chitarra in un trio rock-blues di Brescia, la sua città, e la band strappa consensi e applausi per la bravura. A 17 è già per conto suo, a costruire la futura carriera di cantautore. Non rifiuta nulla: partecipa a manifestazioni, collabora con altri artisti, scrive jingle pubblicitari, apre il concerto di Alicia Keys a Lucca nel 2008. Poi gioca la carta di X Factor: sembrava una partita persa, invece si è visto com’è andata.

A suggellare il suo exploit, adesso c’è il mini cd Mi fai spaccare il mondo, con il singolo omonimo cantato nella semifinale del programma, e un altro inedito, Voglio perdermi, due pezzi dai raffinati sapori pop. Fanno da contorno quattro cover, rispettivamente di DeGraw, Bowie, Jamiroquai e Train, già eseguite durante la trasmissione. Jury dimostra così di saperci fare non solo come interprete, ma soprattutto come autore, confortato anche dal giudizio espresso da Renato Zero nella serata finale di X Factor: «Ben vengano quelli come te, che hanno il coraggio di far rotolare una canzone. Il tuo brano rotola. E farà molta strada».

In quale modo nasce il tuo “amore” per la musica?
Il merito è di mio padre, che mi ha fatto ascoltare presto la sua collezione di dischi rock-blues degli anni ’70 e mi ha messo tra le mani, a 6 anni, una chitarra. La passione è scaturita in quel momento e l’ho coltivata crescendo.

Sei salito sopra un palco molto giovane.
A 13 anni suonavo già in un gruppo rock di adolescenti e nei dintorni di Bergamo eravamo molto apprezzati, tanto che dagli oratori siamo passati ad esibirci nei locali pubblici, nonostante l’età non ce lo permettesse. È stato un bel periodo, anche perché allora c’erano ancora parecchie possibilità di fare concerti, mentre oggi gli spazi si sono ristretti.

Quel piccolo, ma significativo successo, non ti ha un po’ destabilizzato, vista l’età?
No, anche perché mio papà ha sempre fatto attenzione a non farmi diventare un fenomeno da baraccone o un bambino prodigio. E infatti ci ho messo dieci anni ad arrivare a incidere un mio cd, passo dopo passo, facendo tesoro di quanto imparavo e aprendomi a ogni genere musicale.

Quando hai capito che potevi scrivere le tue canzoni?
Intorno ai 18 anni. Ho iniziato a buttare giù qualche brano senza farmi però prendere dalla frenesia di dover comporre a tutti i costi. Ancora adesso sono dell’idea che è meglio scrivere pochi pezzi e lavorarci sopra per bene, piano piano, per tirarci fuori il massimo. D’altra parte, una canzone deve arrivare a più gente possibile, è giusto trovargli il vestito migliore.

Come hai vissuto l’esperienza di X Factor?
È stato un passaggio molto importante per me, al di là del buon risultato ottenuto. Mi ha permesso di misurarmi con un mezzo, quello televisivo, completamente nuovo per me, di scoprire una realtà diversa. Non ero abituato a esibirmi in quel contesto, con tanto di coreografie e scenografie, mi ha fatto sentire come se fossi una pop star.

Eppure hai rischiato di non partecipare. Quali reazioni hai avuto all’esclusione della prima selezione?
X-Factor ha rappresentato una delle tante possibilità che ho cercato per dare uno sbocco alla mia carriera. Se non fossi stato recuperato, avrei continuato comunque a suonare con più determinazione di prima, con l’obiettivo di incidere quel disco a cui da tempo sto lavorando.

Intanto è uscito questo mini cd, con due tuoi brani. Il primo, Mi fai spaccare il mondo, è una ballata d’amore, però di più ampia lettura.
La protagonista è una ragazza, così importante da rendermi più forte nell’affrontare gli ostacoli della vita e nel realizzare i miei sogni. Ma al suo posto potrebbe starci benissimo un amico a dare quell’impulso decisivo necessario per credere sempre alle proprie aspirazioni.

L’altro pezzo, Voglio perdermi, è invece più mosso, con un sound che mi ha ricordato gli Steely Dan. È così?
Hai ragione. Di solito non cito questo straordinario duo americano perché da noi è purtroppo poco conosciuto, ma la struttura del brano, tra funk, rock e pop, s’ispira proprio al loro modo di fare musica. Si sposava perfettamente con l’idea del testo, un viaggio in auto senza una direzione precisa, con la musica a palla per staccarsi dai propri problemi, allontanare le negatività.

In quale misura entra la tua vita nelle canzoni?
Tento di descrivere ciò che provo e vedo, ovviamente con una certa umiltà visto che ho solo 23 anni e non ho certo le esperienze di un uomo più maturo. Ma per comporre un brano devo prima emozionarmi, altrimenti non riuscirei mai a trasmettere la stessa emozione a chi mi ascolta.

Le cover spaziano tra generi diversi. Rappresentano le tue tante anime musicali?
Direi di sì. Sono cresciuto, come detto, con il rock-blues, ma ho poi allargato i miei orizzonti a 360 gradi. E ognuno degli artisti che interpreto hanno contribuito a formarmi, in particolare i Train: la loro Drops of Jupiter non mi stancherei mai di ascoltarla, è il genere di sound che prediligo, insieme alle canzoni di James Taylor, un maestro.

Domani cosa ti aspetta? Tanti concerti?
Suonerò sicuramente dal vivo, ma tutte le mie energie sono concentrate sulla realizzazione di nuove canzoni. Ho già pronti diversi pezzi e mi piacerebbe inciderli, per pubblicare finalmente un album completo. La priorità, per me, adesso è questa.


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Cogitoetvolo