La bussola d’oro (e confronto con Narnia)

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Presentiamo la recensione di un film uscito nelle sale alla fine dello scorso anno e che si aggiunge ai tanti film fantasy che negli ultimi anni hanno popolato le sale cinematografiche di tutto il mondo. Il lettore di Cogitoetvolo, però, sa essere in grado di accorgersi delle differenze che ci sono tra i diversi film di questo tipo. Nel caso della Bussola d’oro, ci aiuta questa bella recensione che, oltre tutto fa il confronto con uno dei film più noti e famosi del fantasy, Le Cronache di Narnia. Leggiamola… (ndr)

Un film di Chris Weitz. Con Nicole Kidman, Dakota Blue Richards, Daniel Craig. Fantasy, 120 minuti. – Produzione USA, Gran Bretagna 2007.

Di cosa parliamo quando parliamo di fantasy? Secondo Philip Pullmann, l’autore della trilogia Queste oscure materie, di cui La bussola d’oro è il primo episodio (seguono in libreria, e seguiranno al cinema, La lama sottile e Il cannocchiale d’ambra), parliamo della “messa a morte di Dio”. In ritardo di più di un secolo rispetto a quello di Nietzsche, l’annuncio di Philip Pullman viene rimbombato tra mille simbologie gnostiche in un kolossal costato 180 milioni di dollari e diretto da Chris Weitz, regista la cui carriera è iniziata producendo e dirigendo insieme al fratello Paul film come American Pie.

La bussola d’oro, che comunque rispetto ad American Pie è un bel salto avanti, è innanzitutto un brutto film, scritto male, confuso da un punto di vista narrativo, inconcludente sotto il profilo tematico. Non all’altezza, bisogna riconoscerlo, della sua brillante confezione, dove sofisticati effetti speciali e lussuose scenografie garantiscono una componente di realismo (ma è il minimo che si chiede ad una produzione hollywoodiana così costosa) che per qualche minuto, prima che i personaggi inizino a comparire e a scomparire senza alcun motivo, sembra possa immergere la storia in una calda e avvolgente atmosfera.

Il cast di prim’ordine radunato per l’occasione annovera quanto di meglio si potesse ottenere in fatto di star. Chiamati – dopo il fallimentare Invasion – ad un secondo tentativo in cui mettere alla prova l’alchimia tra di loro, Nicole Kidman e Daniel Craig sono però poco più che comparse nell’economia della trama, e non s’incontrano nemmeno. Per fortuna c’è la protagonista, la piccola e grintosa Dakota Blue Richards, un’autentica rivelazione per naturalezza e credibilità, sicuramente la migliore in campo per quel che concerne la recitazione.

Ambientato in un mondo parallelo al nostro, in un’Inghilterra simile a quella vittoriana ma piena di fantastici strumenti e mezzi di trasporto La bussola d’oro inizia con la scoperta da parte dello scienziato Asriel (Daniel Craig) di una misteriosa polvere che proviene dallo spazio e che sembra mettere in comunicazione il suo mondo con tutte le altre dimensioni parallele. Troppo ghiotta l’occasione per il Magisterium – una sorta di aristocrazia clericale che controlla tutta la società impartendo la legge – per non sfruttare questa scoperta allo scopo di estendere il suo dominio su tutti i pianeti e i mondi raggiungibili. A mettere i bastoni tra le ruote alla casta di biechi oscurantisti sarà la nipotina dello scienziato, Lyra (Blue Richards), che aiutata da un “aletiometro” (la bussola d’oro del titolo, uno strumento dal design pregiato ma dall’uso simile a quello di una sfera di cristallo) troverà sulla strada alleati per la sua battaglia contro il male. Le peripezie della bambina non la porteranno da suo zio al Polo Nord (cosa raccontare, altrimenti, nell’episodio numero due?), ma le consentiranno di penetrare nel covo dei malvagi, come un James Bond in gonnella di undici anni, per farlo saltare in aria all’ultimo secondo. Codesti cattivi, che non si sa perché rapiscono dei bambini e li separano dal loro “daimon” (cioè dalla loro anima in forma animale), vengono definitivamente sconfitti grazie al più ridicolo “arrivano i nostri” della storia del cinema, un salvataggio a tappe (quattro colpi di scena al prezzo di uno) in cui ai bambini che fronteggiano un’armata di tartari si aggiungono, uno per volta, un orso polare corazzato, un esercito di Gyziani (una comunità di zingari che sorvegliava Lyra, ma non i propri figli, visto che questi ultimi sono stati rapiti dai cattivi), uno stormo di streghe strasexy armate fino ai denti e capitanate dalla misteriosa Serafina Pekkala (Eva Green), e un baffuto pistolero texano (Sam Elliott) che si sposta in dirigibile e che sembra lì solo per divertirsi. Nicole Kidman, poveretta, giace intontita sul pavimento. Per cosa combattano i buoni, ce lo dice la bella strega, saettando gli occhioni neri come alla ricerca di altri nemici da trucidare: “il libero arbitrio”.

Quella che nella trilogia dichiaratamente anticristiana di Pullman era un’invettiva contro la Chiesa, per cui le polemiche sono iniziate almeno due anni fa, qui si trasforma in una generica lotta contro una tirannide non meglio identificata. Ma se si parla di “libero arbitrio”, si mostra un covo dei cattivi con delle icone bizantine e si chiama “Fra Pavel” il peggiore di questi figuri, allora l’idea di libertà come lotta per liberarsi dall’autorità di Dio, e la sua conseguente messa a morte, filtrano eccome tra i fotogrammi della pellicola. La metafora, benché addomesticata per un pubblico natalizio di famigliole e bambini (pare anche per volere della cattolica Kidman, che in caso contrario non avrebbe interpretato il film), è chiara. Detta in maniera confusa, forse, ma non per questo innocua (i bambini non colgono, ma l’ambiguità di certi messaggi fa il suo lento lavoro a più livelli). Tanto chiara che in Italia l’ufficio stampa del film, ingolosito dalla possibilità di replicare il successo del Codice Da Vinci, ha presentato La bussola d’oro come “il film che fa paura alla Chiesa”.

cs_lewis.jpgSempre in Italia, e non si sa se ridere o arrabbiarsi, sono piovuti sul film come incenso le lodi, per lo meno non sperticate, degli stessi critici che avevano irriso due anni fa Le cronache di Narnia – film di marca cristiana almeno quanto questo lo è di marca anticristiana – che non sarà stato forse un capolavoro del cinema ma almeno aveva una sceneggiatura a tenuta stagna, una storia con un capo e una coda, dei personaggi con degli obiettivi ed una linea di sviluppo. Potere dei pregiudizi.

Proprio l’autore di Narnia C.S. Lewis (che Pullman dice di odiare, dimostrando buone letture ma poco gusto) nei Quattro amori parla della libertà dell’uomo come dipendenza (e non come indipendenza) da Dio: ”in Dio non vi è fame che debba essere saziata – argomenta – ma solo pienezza che desidera donare. […] La grazia ci dona un’accettazione piena, fanciullesca e gioiosa, del nostro bisogno, una gioia che deriva dalla totale dipendenza: grazie ad essa diventiamo degli spensierati mendicanti”. Si può essere d’accordo o no, ma si è certi che il modo migliore per esercitare la propria libertà, per giocarsela nelle sfide del reale, è quello di fare delle scelte (come i protagonisti dell’epica umana e non filosofica del Signore degli anelli, ma anche di film premiati dal pubblico come Star Wars o Spider-Man). Se però c’è un aletiometro, un misuratore di verità, una bussola d’oro, insomma, ad anticipare le tue mosse e a scegliere al tuo posto, che libertà è?