La casa dell’anima

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Israele. Le coste del mar Morto, i grattacieli di Tel Aviv che si stagliano sulle onde schiumose del Mediterraeo. Gerusalemme, con la sua commistione di sacro e profano, antico e moderno, occidentale ed orientale. Una realtà apparentemente lontana dall’Italia e da Torino, la città di Barbara Costa, una laurea in biotecnologie mediche e la grande voglia di provare un’esperienza all’estero. “Ho inviato domande in tutto il mondo. – comincia a raccontare quando la incontriamo, con un viso sorridente circondato da una chioma di capelli scuri – A luglio del 2008 sono stata contattata per un colloquio di lavoro in Israele e due mesi dopo mi trasferivo a Rehovot”. E dire che il suo sogno era Londra. Solo che al posto della metropoli del BigBen, Eye, Smoke – nella realtà c’è una città a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, variopinta come la cultura israeliana, sovrastata da un’avveniristica costruzione bianca: è la torre Koffler, in cui si trova l’acceleratore di particelle dell’Istituto Weizmann, dove lavora Barbara. “Eravamo tanti gli stranieri a lavorare lì. Nonostante gli israeliani fossero pochi, con il tempo strinsi i rapporti con loro”.

Ma non è subito tutto così facile. Dalla lingua alle usanze, tutto sembra troppo diverso. “La differenza più grande per me era l’alfabeto. Quando andavo a fare la spesa non riuscivo nemmeno a capire se quello che stavo prendendo fosse aceto o succo di mele. Con la mente ero rimasta a Torino e non riuscivo a vivere quella realtà”. L’italiano è sostituito dall’ostico abjad, i movimentati sabato sera torinesi dall’immobilità del riposo sabbatico. “Gli ebrei si astengono dal lavoro il sabato, e per lavoro intendono anche l’uso di veicoli a motore e corrente elettrica. Camminando per le strade semideserte mi sentivo come se fossi l’unica straniera in tutto il paese”. Ma ad un certo punto succede qualcosa. O meglio, cambia il modo in cui Barbara vive la realtà. Le strade vuote non sembrano più le vie di una città fantasma, ma l’espressione di una festa silenziosa che non vuole infrangere il sapore del riposo che essa celebra. Barbara conosce un’italiana, stringe amicizie, compra un’auto, cambia casa e frequenta un corso per imparare la lingua locale. “Una volta ho trascorso il sabato a Gerusalemme. È stato bellissimo camminare per la città delle tre confessioni monoteiste, mentre intorno a me regnava una quiete celestiale. Una mia collega israeliana credeva che fosse pericoloso entrare dalla Porta di Damasco, poiché riservata agli arabi. Ho potuto constatare di persona che non è vero, si tratta solo di un pregiudizio”.

Quante volte, intimoriti dalla diversità, ci si lascia andare a facili generalizzazioni su una realtà che non si conosce. È proprio a causa di luoghi comuni se israeliani e palestinesi si guardano con diffidenza. E il muro della striscia di Gaza peggiora le cose: “Quando non vedi il nemico, pensi sempre che stia tramando alle tue spalle. I miei colleghi arabi credevano che fosse pericoloso andare a Betlemme o a Gerico, invece non lo è affatto; credo anzi che i palestinesi vogliano che il mondo si accorga di ciò che sta accadendo loro. Ogni giorno nascono nuovi insediamenti israeliani aldilà del muro, perché ognuno vorrebbe che l’altro se ne andasse. Solo se si perdoneranno a vicenda riusciranno a trovare un compromesso”. In Israele Barbara partecipa a tanti farewell party, feste d’addio per amici che tornano a casa. Quando però – nell’estate del 2012 – la festa è per lei, vola con la mente all’Italia e alla sua Torino, nell’eccitazione di un futuro nel mondo della professione per cui ha sempre studiato. Ma, tornata all’ombra della Mole, capisce una cosa: L’Istituto Weizmann, la Porta di Damasco e la striscia di Gaza sono lontani più di duemila chilometri, eppure sorprendentemente vicini. “Capii che Israele era entrato sotto la mia pelle, fino al cuore. Gerusalemme è diventata la casa della mia anima. I primi tempi a Rehovot non sapevo se avessi una casa e dove fosse, ma ora ho trovato la risposta. Sono una persona fortunata: di case ne ho ben due.

Cresciuto a pane, Rowling e Topolino, grazie ai libri di Beppe Severgnini ho scoperto la mia grande passione, il giornalismo. Trascorsi nove duri mesi di scuola alle prese con Euripide e Cicerone, durante l'estate collaboro con diverse testate e scrivo racconti. Amo i libri di Stephen King, la saga di Rocky e soprattutto il rock. I miei sogni? Non hanno limiti. Se è vero che, come cantano gli Europe, siamo tutti prigionieri in Paradiso, allora sognare è il modo per liberarci. Che stiamo aspettando? C'è tutto il Paradiso che ci attende! Cell.: 3317181577 Città: Caltagirone (CT) Blog: prigionierinparadiso.blogspot.it

  • L’integrazione è la chiave per la convivenza pacifica tra culture diverse.Le nazioni non devono essere separate da muri.. In fondo cos’è un confine? se non una linea immaginaria?

  • Troppe volte ci lasciamo condizionare dai luoghi comuni. Vicino al mio paese si trova un villaggio in cui vivono delle comunità di immigrati. Spesso molti pensano che essi siano pericolosi ma in realtà non è così.Bisogna essere sempre aperti alle altre culture.

  • L’intercultura consente di mettersi nei panni degli altri e capire che i “diversi” non sono poi così differenti da noi! Ogni popolo nelle diversità ha sempre lo stesso bisogno: la pace e la libertà!

  • Respirare l’aria delle città straniere, conoscere la loro cultura e apprezzarla nella diversità. E’ l’esperienza di quanti studenti universitari decidono di frequentare all’estero… un’esperienza arricchente, che consente a molti giovani di mettersi nei panni degli altri e di guardare le cose da un altro punto di vista.

  • Respirare l’aria delle città straniere, conoscere la loro cultura e comprendere che la diversità non è un male, anzi riesce a farti comprendere le cose da un punto di vista diverso. E’ l’esperienza di quanti giovani, frequentando un’università straniera, vengono a conoscenza delle altre culture e così riescono ad aprire le loro menti e i loro cuori all’intercultura.

  • La conoscenza di situazioni culturali straniere è fondamentale per l’evoluzione della nostra società!!!!

    • … E l’esperienza è fondamentale! Se Barbara non avesse deciso di passare per la Porta di Damasco, o di visitare la striscia di Gaza, sarebbe rimasta convinta delle cose che le erano state dette: solo inutili luoghi comuni. L’esperienza è sorella della conoscenza!

  • Si dice che si tratta di culture troppo diverse dalla nostra
    Ma in fondo abbiamo tante analogie. Sono tanti i pregiudizi ma importa solo una ccosa. Superarli.

  • Avere “due case” secondo me è una fortuna, un modo per conoscere nuove culture, per vivere in luoghi diversi, ma soprattutto per portare nell’anima non solo una casa, ma una storia da raccontare.

  • Vivere in un luogo diverso. Conoscere nuove culture, bisogna esplorare così come ha fatto Barbara, vedendo nuovi posti. Penso che, sia vivere che raccontare un esperienza, sia una cosa emozionante da far venire la pelle d’oca. Il ricordo tiene unito ciò che è troppo lontano.

  • Sperimentare la diversità per molti può rappresentare un ostacolo, per altri è fonte di ricchezza. Ma solo chi ha la capacità di aprire i propri occhi, la propria mente, il proprio cuore, può sperimentare la bellezza degli altri e delle cose che ci stanno nel nostro mondo.

    • Per ambientarsi ci vuole tempo, come ha detto Barbara. E il tempo è prezioso anche per raccontare una storia così emozionante e profonda come quella di Barbara, che si porta a cuore o come meglio dire nell’anima.

  • Matteo Falcone

    Tutti i luoghi israeliani e ,in particolare, Gerusalemme sono un miscuglio di realtà diverse ed è incredibile, vedendo dall’esterno, come riescano a vivere in coesione tutte queste culture, all’apparenza diverse, ma in realtà molto vicine tra loro!