La civiltà che dovremmo difendere

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Le continue minacce dell’Isis all’Europa e ai cristiani impongono certamente una riflessione sul dovere di difendere la nostra civiltà, anche se – prima ancora – evidenziano la necessità d’intendersi sulla civiltà da proteggere da un eventuale scontro. Entro gli stessi confini geografici occidentali, infatti, già da tempo convivono non solo diverse etnie ma modi molto diversi d’interpretare il concetto di civiltà. E non di rado, purtroppo, sembra prevalere una tale prospettiva d’individualismo e frammentazione che oggi, per quanto gli estremisti islamici facciano sul serio, difficilmente sarebbe in grado non di organizzarsi, ma neppure di ricomporsi. Certo, la minaccia esterna, da sempre, è occasione per superare le divisioni. Ma per unirsi occorre prima riconoscere – e quindi avere – una “ragione originale” rispetto alla quale la necessità di difendersi, a ben vedere, rappresenta un riflesso. Ma quale sarebbe la “ragione originale”, il tratto distintivo del nostro mondo ed in particolare della nostra Europa? Quale il principio che dovremmo preservare?

La libertà, risponderanno molti. In effetti trattasi di valore fondamentale che però, visto da vicino, esige a sua volta un fondamento che non può che essere quello della dignità umana: la libertà conta perché il beneficiario ne è l’essere umano, inteso come persona e dunque individuo titolare di dignità inviolabile. Il fatto drammatico è però che la civiltà che dovremmo difendere – pur forse ancora compatta nell’attribuire primato valoriale alla libertà – da tempo è inaffidabile custode della dignità umana. Lo dimostra tutta una serie degli elementi: le istituzioni fissate col rigore economico ma cieche o quasi davanti al dramma della povertà, la voglia di crescita economica indifferente alla denatalità, il culto dei diritti umani che, assicurando ed in molti casi promuovendo aborto volontario, fecondazione extracorporea ed eutanasia, tradisce se stesso. Ne deriva il sospetto, purtroppo fondato, che la civiltà che dovremmo difendere non è più, già ora, in grado di difendersi da se stessa, prima ancora che da attacchi esterni.

Urge sottolinearlo non per accelerare il declino, bensì per cercare d’invertirne la rotta. Però, stavolta, con la medicina giusta. Un’Europa che viceversa seguitasse a vedere solo il lato meramente contabile della propria crisi, diverrebbe terribilmente simile – più di quanto già non sia – ad un malato che, perdendo molto sangue da una grave ferita, cercasse rimedi al raffreddore. No, la civiltà che dovremmo difendere non ha il raffreddore, ma un malanno molto più profondo rispetto al quale le istituzioni politiche, che pure sono generalmente investite delle responsabilità maggiori, hanno in realtà potere limitato. Il problema origina infatti dall’odio che i popoli nutrono verso le proprie radici e, in definitiva, verso se stessi; dal distacco epocale dalla fede religiosa non controbilanciato da alcun tipo di riferimento che non siano istanze individualistiche o aspirazioni individuali. La civiltà che dovremmo difendere, prima di guardare in faccia il nemico, deve dunque guardare in faccia se stessa; trovare il coraggio di farlo e, prima che sia troppo tardi, provare a ricominciare.

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Classe '84, sociologo. Sono veneto, ma lavoro a Trento. Appassionato di bioetica, scrivo per alcuni siti e riviste e per tutti quelli che amano e odiano le mie opinioni. Soffro di grafomania ma non ho alcuna intenzione di farmi curare.