La civiltà della diffidenza

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Diffidare significa tracciare un cerchio intorno a noi: io dentro, tu fuori. Se ti dico di entrare sei il benvenuto, sennò mantieniti oltre la linea gialla.

Ci sono raccomandazioni che tutti, da bambini, ci siamo sentiti fare da parte dei nostri genitori: non accettare caramelle dagli sconosciuti, non aprire a nessuno quando sei solo a casa. Sono parole dettate dall’apprensione, dal timore per i pericoli che caratterizzano la società attuale; sono parole che, da bambini, abbiamo “subito”, senza afferrarle fino in fondo. Nella nostra visione, ingenua ed innocente,  perché mai avremmo dovuto rifiutare una caramella? Era un regalo, un gesto gentile. Perché mai avremmo dovuto “evitare di dar confidenza agli sconosciuti”, non rispondere al tizio che voleva sapere il nostro nome, o il lavoro dei nostri genitori? Eppure, abbiamo ubbidito a queste parole, le abbiamo incamerate e a nostra volta le trasmetteremo ai nostri figli. Se mamma e papà ci dicevano di comportarci in questo modo, un motivo doveva pur esserci.

Questi motivi nascosti sono diventati, man mano che siamo cresciuti, dei “dogmi”: abbiamo continuato a non accettare regali dagli sconosciuti, ma non solo, abbiamo imparato anche ad osservare scrupolosamente chi ci si avvicina, e ad interrogarci su “che tipo di persona possa essere”.

“Mi sembra un tipo a posto”, diciamo. Cos’è questo, se non un giudizio sommario su uno sconosciuto? Siamo cresciuti, adesso siamo in grado di distinguere la caramella buona da quella cattiva, ma lo facciamo secondo standard che, anch’essi, ci sono stati inculcati. Esiste il tipo tranquillo, il tipo losco, il tipo affidabile, il tipo da evitare, il tipo strano. Siamo cattivi? Siamo superficiali? No, siamo diffidenti. Diffidare significa tracciare un cerchio intorno a noi: io dentro, tu fuori. Se ti dico di entrare sei il benvenuto, sennò mantieniti oltre la linea gialla. Ciascuno di noi, poi, sceglie quanto questo cerchio debba essere ampio, quanto spessa la circonferenza, e lo fa in base al proprio grado di diffidenza, e alla rigidità dei criteri che adotta nel disegnare lo standard del tipo affidabile. Questo, solitamente, ha un’aria trasparente e pulita, abiti di nostro gradimento, un modo di parlare che sembra non nascondere nulla. Il tipo da evitare è, invece, generalmente, il diverso: cosa può spaventarci, infatti, se non ciò che è diverso da noi? È molto più facile approcciarsi al simile, perché parla come noi, veste come noi, piuttosto che al diverso.

Ciò non toglie che non siamo tutti “classisti”, ma esistono le dovute eccezioni. D’altra parte, però è innegabile che la diffidenza sia una tentazione troppo forte per resistervi. La maggior parte di noi non si fermerebbe in piena notte a fare l’autostop, non aprirebbe il portone di casa se suonasse uno sconosciuto, non darebbe il proprio numero di telefono ad un passante, non accetterebbe una richiesta d’amicizia su facebook da parte di una persona non familiare. E, purtroppo, non sono atteggiamenti che possono essere solo biasimati. A tutti piacerebbe vivere senza preoccupazioni, potersi fidare l’uno dell’altro, ma la civiltà della diffidenza ci prospetta, notizia dopo notizia, i rischi che incombono sulla nostra serenità, ed è difficile bypassarli con uno slancio di fiducia nel prossimo.

Hobbes diceva che, allo stato naturale (prima, cioè, che gli uomini si consocino cedendo parte della propria sovranità al Sovrano, che garantisce sicurezza e giustizia ai sudditi) gli uomini sono preda delle passioni, dei propri istinti, in condizione di guerra, “tutti contro tutti”. E l’emblema di questa condizione, per il filosofo, è il gesto di chiudere porte e finestre. Noi continuiamo a chiudere porte e finestre, nonostante viviamo in un’epoca storica in cui lo Stato ci tutela, perché in fondo siamo vittime di questa diffidenza.

A fidarsi del prossimo, sicuramente si guadagna: in termini di conoscenza, perché si condivide la personalità e il modo di vivere di una persona che la pensa diversamente da noi; in termini di arricchimento personale, di divertimento, di serenità. L’unica valutazione che possiamo permetterci, facendo attenzione a non cadere nelle solite classificazioni, è quanto siamo disposti a rischiare per fruire di quel guadagno, quanto siamo disposti ad essere coraggiosi.

Rossella Angirillo

Laureata in Giurisprudenza, ho sempre affrontato la vita con intraprendenza e determinazione: è difficile distogliermi da un mio obiettivo e non mi spaventano le nuove sfide. Tra codici e sentenze, nel tempo libero accontento la mia parte sognatrice: sono molto riflessiva, e mi piace affidare alla scrittura tutti i miei pensieri.