La cuoca del Presidente

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Un film di Christian Vincent. Con Con Catherine Frot, Jean d’Ormesson, Hippolyte Girardot, Arthur Dupont, Jean-Marc Roulot. Durata:95’. Paese: Francia. Uscita: 07/03/2013. Target: 14+.

Hortense Laborie è una cuoca che ama la cucina tradizionale, legata al territorio. Un giorno riceve a sorpresa l’incarico di diventare la cuoca personale del Presidente Mitterand. Un lavoro pieno di soddisfazioni, sfide e ostacoli…

Il cibo sta diventando un grande e noioso romanzo. Stiamo vivendo una fase storica nuova che presta una attenzione ossessiva al come e cosa mangiamo. Una prospettiva a volte vuota che priva di ogni significato l’arte del cucinare soprattutto a causa dei mass media che ci propongono il cibo a tutte le ore, in tutte le salse e ogni ora del giorno al punto da chiederci se mangiamo per vivere o viviamo per mangiare. Piatti e ricette passano ormai anche dal pc, dallo smartphone, dal tablet e dai social network. Il cibo in sé è diventato trendy.

Una moda che adesso sembra contagiare anche la letteratura. L’ultima in ordine temporale è quella di mettersi a tavola con gli scrittori del passato. Vuoi andare a cena con Charles Dickens nell’Inghilterra vittoriana? A Londra è possibile grazie ad un ristorante itinerante che permette di riassaporare l’Ottocento inglese. Basta presentarsi (i luoghi sono comunicati on line all’ultimo momento) con cappelli a cilindro, giacche di tweed nella location indicata per immergersi nelle atmosfere dickensiane. Per incontrare Alice nel Paese delle meraviglie è invece necessario spostarsi a Tokyo dove un ristorante ricrea le invenzioni linguistiche di Lewis Carrol in un ambiente che ricorda tutto il suo magico mondo.

Per chi, invece, volesse mettersi a tavola con il Presidente consigliamo di vedere (senza troppe aspettative però) il film di Christian Vincent che firma un ritratto della cuoca di Mitterand. Non tutti forse sanno che Francois Mitterand (interpretato da un legnoso e inespressivo scrittore e accademico francese Jean d’Ormesson) all’inizio del suo secondo mandato, reclutò all’Eliseo una cuoca dal carattere ruvido e riservato. Presenza che scatenò le ire degli altri chef  presidenziali. Daniele Delpeuch (che nel film si chiama Hortense) non vantava nessuna stella Michelin e non fu mai accettata dal suo entourage al punto da decidere di andar via dopo pochi anni perché stanca del clima nemico che respirava, delle etichette di palazzo e della burocrazia che si infilava perfino in cucina. Il film definito da alcuni critici “umanista”, pieno di suggestioni filosofiche, storiche e antropologiche vuole essere il ritratto un po’ sbiadito di una cuoca che nella sua cucina intende rievocare i piatti della nonna. Quelli che si trasmettono di generazione in generazione e tramandano anche una memoria sensoriale fatta di sapori e di odori dell’infanzia. Una cucina che non dimentica che il cibo è per natura sociale.

Nobilissime intenzioni che il regista non è però riuscito a dimostrare limitandosi (secondo il parere di chi scrive) a  presentare una ricetta dietro l’altra, tralasciando l’elemento umano, il rapporto di amicizia che si crea tra la chef e il Presidente e soprattutto oscurando il significato più profondo della storia:il cibo oltre ad essere un nutrimento necessario è anche qualcosa di cui bisogna avere cura.

Cucinare magari in silenzio – scrive Enzo Bianchi nel Pane di ieri –  significa pensare, essere consapevoli, essere presenti e avere un senso forte della realtà e degli altri per i quali si cucina. Il cibo cucinato e condiviso diventa allora luogo di incontro e di amicizia. E’ in questo senso che il ragù può  diventare “un momento di meditazione” e la bagna cauda “un vero e proprio rito in cui gli ingredienti che la compongono rappresentano uno scambio di terre, di genti e di culture”.

Forse il regista poteva partire da qui. Dalla bussola di queste parole per raccontare una storia che nelle intenzioni voleva rievocare il tratto di una esistenza dedicata alla cucina nel senso più alto del termine e dove l’olio, il pane, il vino e il sale potevano davvero diventare lezione e consolazione. Un’occasione mancata per un film pieno di paesaggi incantevoli dove quasi si respira l’aria della campagna francese, ma che oltre ad incantare lo sguardo poteva magari suggerire ad esempio allo spettatore che  l’orto (come l’arte del cucinare) è sì bello da vedere e molto utile, ma è soprattutto una grande metafora della nostra vita interiore che necessita di cure continue. Necessita di essere coltivata, lavorata, protetta da intromissioni indebite. Solo così – conclude il fondatore e priore della Comunità Monastica di Bose – nell’attesa paziente e operosa, nella custodia attenta potrà dare frutti a suo tempo.

Giornalista. Membro della Direzione e Responsabile della sezione Cinema e TV.Scrive anche per Cronachedigusto.it, FoodieDrivers.it, Geapress - Agenzia di Stampa. Vincitrice della Borsa di Studio Norman Zarcone, assegnata dall'Ordine Giornalisti Sicilia