La dance tamarra di Marco Dalla Villa

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Un talento nostrano agli esordi. Marco Giuliani è stato DJ, conduttore radiofonico e songwriter prima di lanciare il suo pezzo dance “I drink and I know things”. Simpatia, autoironia e un ritmo travolgente sono i tratti distintivi di un artista da non perdere di vista.

Marco Giuliani (25), in arte Marco Dalla Villa, ha lasciato Milano sei anni fa per coltivare la sua passione per la musica a Londra. Dopo aver lavorato come DJ, è approdato alla radio, alla KFM, dove ha lavorato prima come assistente di regia e poi come conduttore radiofonico del programma Villa Bivona. Oggi ha diverse collaborazioni come songwriter – nota bene, il songwriter è colui che scrive le canzoni, diverso dall’artista che le firma – alcune delle quali con importanti etichette come il Ministry Of Sound.

Da un anno, però, ha iniziato la sua carriera da artista con la Relevant Records e l’1 aprile è uscito il suo primo pezzo: I drink and I know things, cantato dalla splendida voce italiana di Federica Funari, in arte Fedeiconic.

Per questo noi di Cogito, che amiamo scoprire nuovi talenti, specialmente nostrani, non potevamo non intervistarlo e raccontarvi la sua storia.

Partiamo dall’inizio, quando è nata la tua passione per la musica?

Suono il pianoforte da quando avevo quattro anni. All’inizio non mi piaceva, ma i miei genitori mi hanno detto che ero obbligato a farlo fino ai quattordici anni e che poi avrei potuto scegliere se continuare o fermarmi. L’estate prima del mio quattordicesimo compleanno ero in spiaggia e dagli altoparlanti che trasmettevano M2O ho sentito Rock this party di Bob Sinclair. E ho pensato: nella mia vita voglio poter dire di aver creato qualcosa di simile a questa canzone. Da quel giorno ho iniziato a sognare di far ballare la gente come Bob Sinclair ha fatto ballare me.

Marco dalla Villa: c’è sempre un mondo racchiuso dentro a un nome d’arte. Raccontaci il tuo.

Mentre studiavo all’università, qui a Londra, dirigevo e conducevo un programma radiofonico che si chiamava Villa Bivona. Lavoravo per una piccola web-radio locale, ma di tanto in tanto organizzavamo eventi in cui la puntata veniva registrata live con la gente in pista che ballava. Durante quelle serate mi sono reso conto che per tutti ero Marco, quello della Villa. Ecco perché Marco Dalla Villa.

Non è facile abbracciare una passione artistica, rinunciando alla sicurezza di una professione tecnica, di una laurea, di un “posto fisso”. Seguire la propria musa spesso è la scelta più coraggiosa e difficile. Come hai fatto questo salto nel buio?

Non ho avuto esitazioni quando ho deciso di lanciarmi in questa avventura, anche se l’ho fatto in una città dove non conoscevo nessuno, di lingua straniera e senza contatti con persone del settore. L’ho fatto perché la musica è la mia passione e quindi nient’altro nella vita mi darà mai la stessa spinta, la stessa voglia di riuscire e la stessa determinazione. Sono molto fortunato perché posso contare sul sostegno dei miei genitori; loro hanno capito subito la mia passione e mi hanno incoraggiato, dandomi un motivo in più per partire e per crederci.

Avendo sentito la tua canzone ormai possiamo dirlo con certezza: sei uno dei tanti talenti in fuga. A Londra hai trovato quello che l’Italia non poteva darti?

Purtroppo sì. Dico purtroppo perché sono innamorato del mio paese e dopo sei anni all’estero sono sempre più convinto che non esista un posto bello come l’Italia. Sfortunatamente però il sistema dei talent show, sommato agli youtubers, hanno fatto sì che in Italia oggi la musica sia in mano a due o tre persone a capo di vere e proprie lobby. Se sei amico di Fedez puoi arrivare serenamente a cantare con Gianni Morandi e fare milioni di visualizzazioni. Se sei diplomato in conservatorio, invece, ti conviene fare le valigie.

Qui in Inghilterra una possibilità di ascolto viene data a chiunque e anche il pubblico è meno “passivo”. Infatti, anche se vieni da due album ben fatti e hai venduto milioni di copie, alla prima canzone che sbagli la gente si allontana e ciò è positivo perché mantiene alta la competizione e quindi il livello delle produzioni.

In Italia invece se hai fatto una canzone bella poi ne puoi fare cinque orribili, ma sei sempre sul palco a togliere spazio ad artisti nuovi, ai quali una possibilità non verrà mai data né dagli addetti ai lavori né tantomeno dal pubblico.

Quali sono state le esperienze che ti hanno formato di più, musicalmente parlando?

Senza dubbio lo studio del pianoforte. Preparare i concerti era molto stressante, richiedeva un lavoro meticoloso, non c’era spazio per scorciatoie o distrazioni, ogni esibizione doveva essere perfetta e al tempo stesso apparire naturale. Ricordo la tensione che saliva mesi prima di un concorso o anche solo di un’esibizione. Essermi abituato a lavorare in questo modo, sommato alla conoscenza della teoria musicale, mi permette oggi di lavorare in totale serenità, perché conosco a fondo ciò che sto facendo, cosa che molti DJ-producer di oggi non possono dire.

Tutti i successi nascono da un incontro. Come è avvenuto quello con la tua etichetta, la Relevant Records?

Nessuna fiaba o aneddoto divertente. Da quando ho iniziato ad avere le mie prime produzioni finite e pronte in versione demo, ho subito iniziato a mandare milioni di mail agli A&R (Artists and Repertoire, ndr) delle etichette discografiche di tutta Europa. Nel migliore dei casi qualcuno rispondeva “Grazie non siamo interessati”, la maggior parte delle volte invece venivo semplicemente ignorato. Quello della Relevant è stato il primo “sì” che ho ricevuto.

Ogni artista ha i suoi punti di riferimento, le sue stelle polari. Quali sono i tuoi idoli musicali? 

Sono cresciuto ascoltando Gigi d’Agostino, gli Eiffel 65, Gabry Ponte e la italo-dance della fine degli anni Novanta e inizio Duemila. Tutt’ora, se posso scegliere cosa ascoltare, ascolto i CD Hot Party 2000, 2001, 2002 e 2003. In discoteca per me ha senso andarci solo se suona Gigi Dag.

Il mio punto d’arrivo però è Paolo Sandrini. Il nome non è conosciuto, ma è lui ad aver prodotto i migliori pezzi di Gigi d’Agostino, Prezioso, Fargetta, Dj Ross, Cristian Marchi e altri artisti del panorama dance italiano di fine anni Novanta e inizio Duemila. Io sogno di diventare abile come lui, sia nello scoprire talenti, sia nel realizzare le tracce che questi talenti hanno dentro, trasformando una bella idea in una canzone e poi in una hit mondiale.

I drink and I know things è un pezzo dance, in Italia lo definiremmo “ignorante”. Parlaci del tuo stile. Non avrai altro dio al di fuori della dance?

Come ho detto, sogno di diventare produttore, quindi di occuparmi del lavoro dietro le quinte, della scrittura, degli arrangiamenti, ecc. Questo lo farò e lo sto già facendo senza vincoli di genere, perché amo spaziare ed esplorare ogni tipo di sonorità.
Come artista però – ovvero come colui che firma le proprie canzoni e va fisicamente sul palco – allora ti dico che parole come “ignorante” o “tamarro” associate a un mio disco mi lusingano molto. Il progetto Marco Dalla Villa è un progetto dance, tamarro e un po’ bizzarro.

Con queste premesse, non possiamo che aspettarci grandi cose. Dove vorresti che fosse Marco Dalla Villa tra dieci anni?

Nel suo studio gigante a produrre pezzi di nuovi artisti da lui appena scoperti, con budget enormi messi a disposizione dall’etichetta da lui fondata.

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E noi ci auguriamo di vederlo proprio lì, tra dieci anni, e di intervistarlo di nuovo. Nel frattempo, godiamoci la sua prima hit ballando sulle note di I drink and I know things.

Susanna Ciucci

Nata a Milano, laureata in Lettere Moderne e in Media Management, frequento il Master in International Screenwriting and Production all’Università Cattolica. Credo fermamente nel potere delle parole. L'ottimismo e l’inestinguibile voglia di dire la mia mi hanno portato ad aprire un blog “Outside the box. Pensare oltre”. E, dulcis in fundo, ho appena tirato fuori dal cassetto il mio primo libro, DISEGNI TRA LE NUVOLE (L'Erudita, 2016), una raccolta di racconti che vuole tenervi "col naso all'insù".