La felicità del limite

0

Sono iniziate le Paralimpiadi: cosa ci possono veramente insegnare?

Ho cercato per una buona mezz’ora. Ma niente. I siti italiani non ne parlano. Facciamo un tentativo in inglese: “Paralympics opening ceremony video father”. Non mi vengono in mente altre keyword per definire ciò che sto cercando. Mi affido a Google. Scorro pagine e pagine di tabloid inglesi e americani, cronache su cronache della Cerimonia d’apertura delle Paralimpiadi di Rio. Sto per desistere, ancora un ultimo link. Finalmente mi illumino. Il Telegraph riporta una semplice foto e il nome che sto cercando: Alexandre Faleiros. Chi è? Un padre.

La XV Paralimpiade estiva ha avuto inizio mercoledì 7 settembre. Per uno studente universitario come me, alle prese con gli esami settembrini, gli orari di Rio sono alquanto proibitivi. Da buon ventenne decido di seguire gli eventi e le gare attraverso Internet. Ma nei principali siti sportivi – purtroppo – tiene sempre banco il calcio, tra i gol di Higuain, la crisi del Milan e le prodezze di Totti. Trovare notizie diventa la caccia al tesoro di questi giorni. Nei siti italiani i numeri abbondano, come se a stupire fossero le cifre: 4500 atleti provenienti da 164 paesi diversi, 154 nazioni connesse in mondovisione. Immancabili anche le polemiche: dalla squadra russa squalificata per doping di stato ai miseri premi in denaro riservati agli atleti indiani, passando per le contestazioni al nuovo presidente del Brasile, Michel Temer. Con un po’ di fortuna trovo anche qualche storia: quella di Marcia Malsar, per esempio. Nel 1984 fu la prima campionessa paralimpica brasiliana, durante la cerimonia di apertura è tedofora. La pioggia di Rio e i suoi problemi alle gambe la mettono a dura prova: cade. Due uomini dello staff accorrono, ma lei, serena, si rialza da sola, si fa riconsegnare la torcia olimpica e continua ad avanzare. Tutti i 78 mila spettatori del Maracanà scattano in piedi, l’applauso che segue è scrosciante. Chi meglio di lei poteva rappresentare le difficoltà e la forza d’animo di questi atleti? Per tutti diviene l’icona delle Paralimpiadi. Passa qualche giorno e i giornalisti pescano una nuova storia: l’algerino Abtellatif Baka, ipovedente, vince i 1500m con un tempo di ben due secondi inferiore a quello di Metthew Centrowitz, campione nella stessa disciplina alle Olimpiadi di agosto. Scrivete su Google “paralimpiadi” e oltre a queste due storie troverete ben poco: il medagliere e qualche articolo sul nostro Morlacchi, nuotatore d’oro. Non compare nemmeno il link del sito ufficiale dell’evento. Proviamo con l’inglese: cercando “paralympics” lo spettro delle possibilità si amplia, ma non di molto. Al di là del sito di Rio 2016, quasi nulla.

Insomma ancora una volta si parla troppo poco di questa grande festa dello Sport. Eppure quanti giovani come me avrebbero bisogno di questo tipo di notizie. Giovani che cercano nella Rete non solo informazioni, ma anche esempi, stili di vita, consigli. Quanto vorrei potessero trovare la storia di Alexandre Faleiros, senza la fatica che mi ci è voluta per ricavare tre righe di biografia.

Ebbene ora ve la voglio raccontare, così come l’ho colta in un filmato della cerimonia d’apertura: non la troverete in nessun sito italiano. Alexandre Faleiros è il padre di un bambino disabile, con difficoltà motorie. La tristezza più grande per quel bambino è vedere i suoi coetanei giocare a calcio nel parco vicino casa, a scuola, ovunque: lui non può, lui non riesce. Così Alexandre ha un’idea semplice e geniale al tempo stesso, ispirata ad un gioco che voi stessi avrete spesso fatto. Vi ricordate quando il vostro papà metteva i vostri piccoli piedini sopra i suoi, vi teneva alte e ben strette le mani e così si camminava insieme? Alexandre ha semplicemente attaccato le scarpe del figlio ai suoi stivali: finalmente potevano correre, insieme. Potevano giocare a calcio, insieme. Come tutti gli altri? No, unici e diversi da tutti! Migliori? Assolutamente no. Felici? Sì.

Il vero pregio di queste Paralimpiadi non risiede nella ferma volontà di rialzarsi o nella forza fisica di questi atleti, ma nel loro essere profondamente uniti, consapevoli dei propri limiti, consapevoli di essere bisognosi. Un grande insegnamento per noi finti “normali”, che troppo spesso pensiamo di bastare a noi stessi. Viviamo per noi stessi. Non a caso c’è un record che questi atleti così “diversi” detengono: sono più felici di noi. Se solo se ne parlasse di più…

Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: “Che fai tu Luna in ciel?”. E’ lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.