La forza della voce

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Può essere vibrante di rabbia o sprizzare gioia. Può essere fiera o imbarazzata, può esprimere la nostra frustrazione nelle urla o la nostra dolcezza attraverso i sussurri. La nostra voce. Poche volte ci fermiamo a riflettere su quanto sia importante. Ci permette di comunicare, ci aiuta ad esprimere i pensieri che popolano la nostra mente e le emozioni che agitano il nostro cuore. Ma non è tutto. Definisce il timbro della nostra personalità. Ci definisce, ci imprime un carattere indelebile. Anzi è essa stessa portatrice autentica delle nostre emozioni, indipendentemente dalle parole che utilizziamo: può essere tremante d’ira, può sprizzare felicità, può essere altera o ironica, può essere squillante o roca. Anche se spesso non ce ne rendiamo conto, la nostra voce è un elemento fondamentale.
E inevitabilmente sbaglia chi crede che, in una forma d’arte a grande impatto visivo quale è il cinema, la voce sia marginale, schiacciata com’è dalla forza delle immagini.
Il modo, infatti, con cui gli attori modulano la voce nel pronunciare le battute è essenziale quanto la mimica facciale, semplicemente perché anche il tono di voce contribuisce a far entrare lo spettatore nella storia, a trasmettergli le giuste emozioni, a scavalcare quella barriera invisibile costituita dallo schermo cinematografico.
Ed è proprio qui che si inserisce il vecchio e mai sopito dibattito che ha agitato e agita generazioni di cinefili: di fronte ad una massiccia produzione cinematografica estera, è giusto doppiare le pellicole? Tradurre in italiano le battute dei film, sovrapponendo voci diverse da quelle degli attori, costituisce un’operazione che snatura il senso della pellicola oppure rappresenta un modo per rendere il cinema una forma d’arte davvero fruibile a tutti, senza dover costringere lo spettatore a leggere per capire i dialoghi?

In definitiva è meglio guardare il film in lingua originale, sottotitolandolo in italiano, oppure affidarsi alla traduzione e alla voce dei doppiatori?
La questione è tornata in primo piano con l’uscita, in Italia, dell’ultimo film di Spike Jonze intitolato “Her” – italianizzato “Lei” – che ci racconta una storia d’amore molto particolare, quella che sboccia tra Theodore (interpretato da Joaquin Phoenix) e Samantha, un sistema di intelligenza artificiale, che parla attraverso un computer con un’accattivante voce di donna (nello specifico quella di Scarlett Johansson).
Un terzo delle copie del film che sono state distribuite in Italia erano in lingua originale, per un motivo ben preciso: gestori di sale, spettatori e, più in generale, amanti del cinema hanno chiesto, in modo pressoché unanime, di voler vedere la pellicola in originale, proprio per la presenza di Scarlett Johansson come protagonista del film.
Infatti, la scelta di far interpretare la voce italiana di Samantha non alle doppiatrici della Johansson, che meglio ricalcano il suo timbro vocale, ma a Micaela Ramazzotti, si è rivelata un vero flop, sintomo di un più grande fenomeno che ormai da molti anni affligge il cinema italiano: il doppiaggio deludente. Spesso si preferisce affidare il doppiaggio, per semplici e mai compresi motivi di marketing, a dei noti personaggi dello spettacolo e non a dei professionisti della voce, senza tener conto di un dato fondamentale. Saper doppiare un attore straniero è un’arte raffinata, che non può essere padroneggiata in poco tempo da chicchessia e che  richiede professionalità e talento.
Il risultato di questa operazione è che il film di Spike Jonze sembra quasi un altro se visto in italiano: manca nella voce di Theodore quell’esitazione  e quella timidezza che Joaquin Phoenix ha ben saputo imprimere nelle sue parole, così come inevitabilmente manca, nella voce di Micaela Ramazzotti, quella incredibile sensualità che troviamo nella voce di Scarlett Joahnsson, che riesce ad essere a volte profonda e squillante, a volte roca, quasi graffiata.

“Her” è certamente un film molto particolare, dove tutto, dai primi piani alla luce degli ambienti, dalla musica alle battute degli attori, contribuisce a creare quell’atmosfera surreale e calda che è un po’ lo scheletro della trama. Sbagliare l’intonazione della voce significa snaturare l’anima del film, significa non riuscire a veicolare tutte le emozioni che il regista è riuscito a creare attraverso le impeccabili performance di due degli attori più talentuosi del panorama contemporaneo. Sembra ben lontana, quindi, l’epoca in cui il doppiaggio dei grandi maestri italiani riusciva a rendere addirittura migliore il prodotto finale, rendendolo una piccola opera d’arte.
Del resto il vero obiettivo del doppiatore è capire quello che l’attore ha voluto dire, in qualunque lingua l’abbia fatto. E’ necessario porsi al suo servizio. Lo diceva Ferruccio Amendola, uno dei padri indiscussi della scuola di doppiaggio italiana, voce di Dustin Hoffman, Robert De Niro e Al Pacino. Che dire, ancora, di Oreste Lionello, storica voce di Woody Allen, che ha sempre reso migliori le scarse capacità recitative del balbettante regista statunitense?
Per capire quanto alta fosse la perizia tecnica di questi professionisti della voce, basta citare un classico della Disney, sicuramente noto a tutti: Gli Aristogatti. Oreste Lionello prestò la voce sia all’avvocato George che a Groviera, il simpatico topino amico dei gattini. Avreste mai detto che la voce dei due personaggi apparteneva, in realtà, alla stessa persona?
Come avrà fatto – vi chiederete – lo stesso uomo a imprimere alla propria voce un timbro bizzarro e sdentato, come nel caso dell’avvocato George, e al tempo stesso riprodurre una timida vocina da topino, quale quella di Groviera?
Lungi da noi voler dare sistemazione definitiva alla querelle che contrappone i puristi della lingua originale e i sostenitori accaniti del doppiaggio italiano. Probabilmente, in futuro, nasceranno ancora grandi doppiatori in grado di colmare il grande vuoto che attualmente impera nel mondo cinematografico italiano, che rende molti film stranieri, di per sé validi, dei prodotti assolutamente mediocri.

Nell’attesa, però, che questo cambiamento finalmente avvenga, perché rinunciare al piacere di ascoltare gli attori nella loro lingua originale, perché non provare quest’esperienza unica, che ci farà scoprire un cinema totalmente nuovo, autentico, senza interpretazioni e senza filtri?
Perché non lasciarsi trasportare, per una volta, dal suono masticato e pasticciato della lingua inglese, dalla briosa vivacità dello spagnolo o, ancora, dall’assoluta dolcezza del francese?

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.