La letteratura di viaggio

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Un viaggio oltre confine nelle più celebri pagine dei padri della nostra cultura

Il bisogno di viaggiare ha sempre condizionato la vita dell’uomo. A sua volta egli ha permeato le proprie opere con questo bisogno incessante di conoscere cosa si nascondesse al di fuori dei propri confini. Esistono tuttavia svariati motivi per cui si può decidere di abbandonare ogni cosa conosciuta per mettersi in viaggio verso l’ignoto; la letteratura nel corso dei secoli li ha catalogati inconsapevolmente uno per uno. Già nel XIII secolo l’esploratore Marco Polo scrisse il primo grande “libro di viaggio” al fine di documentare attraverso lo stilo e la testimonianza diretta il suo bisogno di scoprire civiltà e posti nuovi. Questa tradizione di scrittori-viaggiatori si è protratta fino ai giorni nostri per esempio con il musicista Vinicio Capossela che nel 2012 in seguito al tracollo finanziario della Grecia decise di percorrere quelle strade raccogliendo in un piccolo diario chiamato Tefteri – libro dei conti – riflessioni, usi, visioni di quella terra così bella che da secoli ci insegna a vivere tenendo il conto dei debiti che ciascuno di noi ha con la vita. Nel suo libro Vinicio identifica come meraklis l’atteggiamento di un uomo che sente più bisogno degli altri di godersi le cose, racchiude la passione di vivere, compie ogni cosa per amore e non per farsi vedere ma per sé stesso. Questa, a mio avviso, è la principale caratteristica di un vero viaggiatore.

Spostarsi può dunque essere un modo per toccare con mano realtà di cui avremmo solo sentito parlare, è un’occasione di crescita e formazione personale unica e irripetibile che può arricchire la nostra personalità e specialmente la nostra cultura. Per questo motivo in Francia e in Inghilterra in età illuminista venne reso obbligatorio all’interno del percorso di studi dei giovani aristocratici un viaggio culturale codificato in Europa – principalmente in Italia, come testimoniato anche da Goethe. Il principale scopo di tale iniziativa denominata Grand Tour da Richard Lassels era quella di permettere ai giovani più benestanti di comprendere realmente ciò che erano abituati a studiare sui libri, rendendo ancora più ampia la loro preparazione. Sono le stesse caratteristiche che ha assunto ai giorni nostri lo scambio Erasmus. La formazione personale non può essere scissa dunque dall’esplorazione di nuovi territori o nuovi mondi immaginari, oltre che un viaggio fisico avviene un vero e proprio cambiamento in chi lo compie  attribuendo un valore pedagogico al movimento. La ricerca di sé stessi avviene attraverso un pellegrinaggio che può essere reale o immaginario ma che ci costringe a fare esperienze che cambiano radicalmente il nostro modo di vivere. È l’esempio del romanzo di Hermann Hesse Narciso e Boccadoro in cui un giovane destinato alla vita ecclesiastica venendo a contatto con il mondo esterno decide di seguirne le ombre ritrovandosi catapultato in un universo che lo metterà di fronte a scelte che lo cambieranno per sempre, costringendolo a una vita errabonda sempre in bilico tra mondanità e spiritualità che ritroverà pienamente solo alla fine della sua vita. La curiosità travolge senza preavviso e non sai se ti porterà sulla buona o sulla cattiva strada, come per Lucio, personaggio delle Metamorfosi di Apuleio che viene punito per la sua troppa curiositas e trasformato in asino, costretto poi a compiere un cammino di espiazione dei suoi peccati. È dunque anche un percorso di formazione l’iter  che scuote la coscienza con qualunque mezzo, è pericoloso trovarsi lì fuori senza conoscere la via, senza un riferimento, una guida. Così ci si ritrova in quella tanto decantata selva oscura dalla quale apparentemente non c’è via di fuga. È un altro cammino di riconciliazione quello di Dante, prima con sé stesso e poi con il divino che gli concede, grazie all’intercessione di «tre pie donne», di compiere un’impresa mai concessa a nessun altro uomo prima di lui. È forse questo il viaggio più famoso della storia, riesce a condurci con la mente verso luoghi che vanno oltre la nostra concezione umana con una tale precisione e cura che fa sorgere il dubbio che il “sommo poeta” abbia passeggiato veramente tra i gironi dell’oltre tomba e la beatitudine dei cerchi celesti. Siamo condotti per mano attraverso scenari surreali e ci consente di evadere dalla quotidianità. È anche una fuga il viaggio, verso ciò che potrebbe sembrare un luogo più adatto a noi in grado di farci dimenticare tutti i problemi e i disagi. È così nel romanzo di Pirandello Il fu Mattia Pascal in cui il protagonista approfittando della sua presunta morte scappa dal suo mondo per ricominciare una nuova vita per sentire alla fine il bisogno di tornare alla sua passata esistenza.

Comunque sia, quindi, rimarrà sempre nell’angolo più recondito dell’animo il bisogno di tornare al luogo che ci ha dato i natali. La lontananza è per l’uomo peggio della morte perché ci allontana da qualcosa che ci appartiene, ci rende ciò che siamo. Ne era consapevole Ugo Foscolo che allontanato dalla sua sacra isola natia non vi mise più piede e fu costretto così a una «illacrimata sepoltura», come ribadisce nell’ultimo verso del suo sonetto più famoso: A Zacinto. Al contrario l’astuto Ulisse riuscì a tornare nella sua amata Itaca memore di imprese colossali, dopo una guerra considerata inutile, compiute con il solo scopo di ricongiungersi al proprio essere e ai propri cari.

Non importa dunque come o quando, inevitabilmente presto o tardi ciascuno di noi sentirà il bisogno di intraprendere il proprio nostos o «viaggio di ritorno», viaggiando senza sosta o ripensamenti verso casa, sapremo così cosa significa avere un’Itaca a cui tornare.

 

Articolo originale di Elia Mastriani.

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