La misura di una passione

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Sono da poco passate le 19 quando il sogno si materializza. La pioggia cade senza sosta ormai da diverse ore e un uomo appare sul palco a maniche corte, nonostante la temperatura proibitiva (5°C) e un vento gelido che non ti aspetti in una domenica bavarese di fine maggio. Potrebbe essere un uomo come tanti, più che sessantenne, con una chitarra al collo. Invece no, è una leggenda. Si avvicina al microfono, fa i complimenti al popolo di Monaco per la Champions League conquistata la sera prima e rispolvera con umiltà e devozione un successo dei grandi Creedence Clearwater Revival: Who’ll Stop The Rain? Chi fermerà la pioggia? Se lo chiedono anche i 45.000 dell’Olympiastadion, accompagnando con tutta la loro voce e le loro urla la chitarra e l’armonica di colui che li scalderà per quasi tre ore di sano, travolgente, immortale rock ‘n roll. Chi fermerà la pioggia? Nessuno, perché la passione ha una nuova unità di misura: i millimetri.

“Quanto ha piovuto al tuo concerto? Da noi, con tutto quel diluvio, è stato un trionfo!” … “Pensi che pioverà?” “Speriamo, perché non vedo l’ora di ascoltare Waitin’ On a Sunny Day, la suona sempre quando piove” … “Te lo immagini, eravamo migliaia sotto il temporale a urlare Badlands”… e via discorrendo, perché il vero appassionato sa che lui, il Boss, non delude, non fa patire il freddo, accende un fuoco nell’anima. Non è solo questione, come pensa qualcuno, di fanatismo. Si tratta solo di capire che ci sono pochi artisti capaci di risvegliare in pochi minuti uno spirito selvaggio, di farti battere le mani e il cuore, di farti innamorare della vita. Anche se conosci un’unica, misera canzone e non hai idea che esista un album dal titolo Nebraska o un pezzo che parla di una terra di speranza e sogni (certo, meglio non essere troppo ignoranti però!).

Bruce Springsteen non è un mago degli effetti scenici, dei fuochi pirotecnici o dei laser psichedelici. Una sceneggiatura sobria per un regista del rock che trova solo nell’affiatamento con il pubblico (ad esempio con un fan al suo centesimo show durante Spirit In The Night o con le donne e i bambini che fa salire sul palco durante Dancing In The Dark e Waitin’ On a Sunny Day, come da tradizione) e con la intramontabile E-Street Band (orfana di Big Man Clarence Clemons, morto due anni fa e sostituito a dovere da suo nipote Jake) la forza necessaria per sopportare il freddo e l’età, cambiando la scaletta dei concerti praticamente ogni sera e dandoti la netta sensazione di aver suonato solo per te, di conoscere i tuoi sentimenti, di sapere quello che vuoi, quello che ti aspetti. E così nessuno resta deluso, nessuno può dire di non aver ricevuto il massimo, di non essere soddisfatto. Questo è il segreto: dare tutto, sempre. Impegnarsi fino allo sfinimento, fino a non avere più voce, fino a non sentire più la fatica, fino a immedesimarsi con ciascuno dei folli che si agitano sotto il palco.

Chi è capace di fare questo tra gli artisti rock di oggi? Nessuno. E tra quelli del passato? Spesso con l’avanzare degli anni la passione si è trasformata in autocelebrazione, in sterile e pomposa passerella per chi ha solo un nome da proteggere, un mito da alimentare col minimo della fatica. Un concerto di Springsteen, invece, è un invito a vivere, a sforzarsi, a inseguire realmente i propri sogni, a osare, a non bruciarsi presto, ma nello stesso a mettersi in gioco senza la stupida paura di scottarsi.

Io ho davvero preso fuoco, lo ammetto. E come poteva essere altrimenti dopo l’esecuzione dell’intero album Born In The Usa? Forse non è neanche il mio preferito, non ricordo a memoria Bobby Jean, speravo di sentire quantomeno Promise Land Racing In The Street, ma di sicuro porterò sempre con me l’eco di un’esperienza unica, il tamburellare di migliaia di cuori che battono all’unisono e, soprattutto, un odore difficile da mandare via. L’odore della pioggia.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.