La morte di Facebook

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Ho deciso di farla finita con il mio account, così l’ho disattivato. Facebook è una trappola: al momento dell’iscrizione l’utente accetta che qualunque dato personale, ed in seguito qualunque contenuto della propria bacheca, è di proprietà del network. Così noi scambiamo le nostre emozioni, che esse siano musica, fotografie, parole, o anche odiosi link, sotto l’occhio indiscreto del GF. Il Grande Facebook, in cui ognuno è libero di inventarsi la propria persona, e di spiarne altre.

A modo mio, ho deciso di “schiacciare la testa del serpente” sottraendomi a questo tunnel, nel quale però ho lasciato fin troppe cose. Se penso che le mie fotografie, per le quali ho impiegato tempo e fatica, possano essere manipolate dai burattinai del sito mangia – identità, mi rodo le dita. Ne ho viste di cotte e di crude lì dentro, e devo ammettere che la lezione di antropologia su un social network non manca mai: il totale controllo dei pensieri, sentimenti, idee politiche di quattrocento e più persone ti dà pressappoco l’idea di cosa sia adesso il mondo. Chi lo abita, cosa fa nella vita, cosa pensa, a quale idolo si rivolge nelle ore della quotidianità. Imbarazzanti deformazioni del concetto di famiglia: gente che aggiunge alla propria lista dei parenti, o dei fratelli, o addirittura dei figli (magari si imparasse ad essere genitori su Facebook!) decine di amici. La stessa gente che poi si dedica alla ricerca di “link” amorosi, sdolcinati fino al diabete, link che fanno figo, freddure e ironie di vario genere sul sesso, la droga, la musica, apologie delle amicizie e condanne della falsità.

Consiglio, a coloro che ancora abitano Facebook, i gruppi fondati dai contestatori del sistema, quelli che guardano Facebook dall’alto e ne criticano gli eccessi, le manipolazioni dei valori, le sgrammaticature, la triste musica del pensiero dominante. E’ l’unico motivo per restare su Facebook: l’antropologia, studiare la gente e le sue involuzioni. Magari inserirsi nell’onda delle critiche all’esibizionismo narcisista, l’inevitabile risvolto psicologico di un social network.

Certo, per fortuna non c’è solo questo. Su Facebook puoi esprimere le tue idee, puoi pubblicizzare ciò che fai, mantenere i contatti con la gente lontana e scambiare opinioni con quella vicina. Ma quanto c’è di vero in questo sistema? Esso non rischia di diventare un’enorme pubblicità di individui, di idee stereotipate degli stessi, una vetrina di esseri umani? Una fiera in cui ognuno apre la propria bancarella e sbraita alla ricerca di acquirenti, o, nel nostro caso, di audience e approvazione. Un unico obiettivo, la creazione di un’immagine esponenzialmente migliore di quella reale, raggiunta affastellando materiale di altri utenti. Su Facebook scopri tutto, dici tutto. Sembra non vi siano confini alla libertà virtuale, se non la censura non sempre efficace e puntuale dei moderatori del network.

Quando ho disattivato l’account, sono stato incerto, ho pensato che molta gente mi avrebbe trovato lì, oppure non mi troverà mai. Poi ho notato che Facebook desidera spiegazioni per l’abbandono dell’account. Ed allora ho sorriso: sì, è una trappola. Mi vogliono là dentro a guardare vetrine umane, a giocare con le applicazioni in cambio di un click sullo sponsor: questi giochetti fruttano miliardi al fondatore, soldi non del tutto meritati per aver creato una gabbia. E mi sono ricordato di un ragazzo che un giorno scrisse: “Facebook non mi avrai”. E non so che fine abbia fatto, cioè se sia ancora in quell’inferno bianco, ma ne avevo grande stima: così ho deciso di farlo al posto suo, staccarmi dalla massa di navigatori intrappolati per chissà quanto tempo. Forse un giorno le sirene di quella grande piazza mi riporteranno sui miei passi, oppure resisterò al richiamo dell’accidia (intesa come esigenza di occuparsi dei fatti altrui in assenza dei propri), oppure farò davvero antropologia e Facebook sarà il mio laboratorio.

E sono tornato a casa, qui su CogitoetVolo.

 

Cogitoetvolo