La necessità di un reddito minimo garantito

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Una misura progressista in grado di migliorare il welfare state, il mercato e i conti pubblici.

Da qualche anno l’opinione pubblica si sta scontrando su un tema fortemente economico e dibattuto dai politici italiani, il reddito minimo garantito (chiamato da pentastellati “reddito di cittadinanza”, erroneamente). La misura, pensata in origine da Milton Friedman e Juliet Rhys-Williams come “imposta negativa”, ha due funzioni: la prima è di garantire l’equità sociale, la seconda di permettere una semplificazione dell’assistenza sociale.

Il reddito di cittadinanza è stato uno dei principali punti della campagna elettorale del M5S

Per capire quanto il nostro paese abbia bisogno di una rivisitazione dello welfare state è necessario capire che l’attuale stato sociale si è formato decenni fa su un’idea di società in cui si iniziava a lavorare e a mettere su famiglia presto, rendendo gli assegni familiari il sistema più diretto per arrivare ai soggetti interessati. Per questo motivo oggi i “giovani” si ritrovano esclusi dagli oltre 50 miliardi che l’INPS eroga annualmente in prestazioni assistenziali, a meno che non abbiano un proprio nucleo familiare.
La stima del M5S parla di circa 17 miliardi di euro, contro l’INPS che quantifica a 30 miliardi di euro, ma non è la questione primaria: come disse Nicola Rossi, presidente dell’istituto Bruno Leoni, è secondario il costo, più importante è la sostituzione dell’attuale welfare state.
Infatti, attraverso un minimo vitale (come viene chiamato dallo stesso Rossi nel libro Venticinque% per tutti) si potrebbero distribuire risorse anche a giovani appena usciti dal mondo dell’istruzione o a liberi professionisti alle prime armi, “lubrificando” così le varie fasi di passaggio nella vita economica degli individui.
I sopracitati assegni familiari vanno a sostenere il reddito di chi lavora e ha una famiglia a carico, in caso di sostituzione della misura in favore di un reddito minimo garantito si ritroverebbero con denaro drenato verso chi ha un reddito nullo o inferiore al “minimo vitale”.
Per questo, per accompagnare la misura, sarebbe indispensabile una riduzione della pressione fiscale: l’istituto Bruno Leoni ipotizza attraverso una flat tax dall’aliquota unica al 25%, in alternativa anche misure più semplici da applicare come il quoziente familiare. Le attuali misure vigenti vengono finanziate col gettito fiscale, per tanto riducendo il gettito fiscale si potrebbe mantenere stabili i redditi di chi oggi favorisce del welfare, a patto di accompagnare il tutto con una spending review.

Una riforma del welfare potrebbe risolvere il problema del caporalato.

I detrattori della proposta sono di due tipi: chi la ritiene una manovra troppo onerosa e chi è contrario al “regalo” di soldi. I primi hanno in parte ragione, considerando che spesso queste iniziative vengono lanciate senza offrire stabili coperture. I secondi, invece, ignorano che già oggi vengono “regalati” soldi in modo inefficiente, visto il numero di persone in povertà assoluta (4.5 milioni), e omettono che lo scopo stesso del welfare è quello di garantire pari opportunità nel mercato attraverso l’equa distribuzione di risorse. Non a caso Friedman, cooideatore dell’imposta negativa sopra citata, è uno dei più famosi economisti liberisti.
Va considerato anche che un reddito minimo garantito disincentiverebbe il lavoro sottopagato, spingendo quindi le imprese ad investire in efficientamento, portando alla fine di fatto del caporalato e di altre pratiche simili per mancanza di forza lavoro.

Quando pensiamo al reddito minimo garantito non dobbiamo immaginare unicamente soldi che piovono dal cielo, ma anche a maggior specializzazione nelle competenze e nei lavori, ad efficientamento per le imprese e maggiori opportunità per i giovani. La rielaborazione del welfare potrebbe essere, se attuata in modo diligente, un biglietto di sola andata per il futuro.

 

Mattia Conselvan

Cogitoetvolo

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