La nuova apartheid

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I recenti avvenimenti riguardanti gli immigrati respinti in Libia, violazioni abbastanza palesi delle più naturali norme di diritto internazionale in tema di solidarietà e diritti umani ci pongono di fronte ad alcuni spettri difficili da dimenticare, gli spettri della xenofobia, del razzismo, dell’apartheid.

Classi separate per immigrati, medici e presidi spia, vagoni differenziati, ronde anti-clandestini, manifestazioni neo-naziste, campi rom dati alle fiamme, moschee negate o chiuse perché “covo di terroristi”?i fatti degli ultimi giorni sono solo il naturale approdo culturale verso le rive della discriminazione, della mancanza totale della multi-etnicità come apertura alle tradizioni altrui nella conferma delle proprie, come mezzo per riconoscere la grande utilità degli altri nella nostra vita.

C’è chi vede nello straniero la causa dei nostri mali, chi etichetta intere categorie razziali come geneticamente votate alla delinquenza, chi crede nella necessità di “mandare tutti a casa” per porre fine agli stupri, alle rapine, agli omicidi. Ma sappiamo benissimo che spesso i ladri (quelli grossi, che beffano milioni e milioni di persone) sono imprenditori italiani che se la cavano con gli arresti domiciliari (nella peggiore delle ipotesi). Questo mentre le carceri sono sovraffollate di piccoli teppistelli che rubano per mangiare.

Cosa ostacola in Italia l’affermazione di una cultura aperta al diverso? Noi italiani in America venivamo allontanati, emarginati come cani rabbiosi? abbiamo forse dimenticato cosa significhi discriminazione? Le nuove generazioni sono sempre più educate a questi ideali di violenza, cinismo, vergognoso disprezzo per chi è “diverso” da noi? O c’è ancora qualche barlume di speranza? Quando arriverà il momento di alzare la voce, di provare una sana rabbia di fronte a quello che accade intorno a noi?

Parola agli utenti di Cogitoetvolo!

 

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.