La personalità del “difensore della vita” / 3

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Come aiutare coloro che apparentemente disprezzano la vita? Come orientare le persone che, coinvolte in situazioni limite, hanno scelto di uscirne con una tragedia, decidendo per l’aborto o per l’eutanasia? Riportiamo la terza parte della conferenza della professoressa Jutta Burggraf pronunciata il 6 novembre 2009 durante il IV Congresso Internazionale pro-vita, tenutosi a Saragozza (Spagna).

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  Essere maturo per l’amicizia Se vogliamo che l’altro si spogli davvero dell’errore, dello sbaglio, delle brutture o della cattiveria, e che si apra a nuove conoscenze, è necessario entrare con lui in una relazione di amicizia. Si accetta un consiglio quando c’è confidenza. Si ascolta un amico e nessun altro. L’amicizia conferisce nuova luce alla nostra esistenza e rende la vita più amabile. Goethe lo dice con un’espressione poetica: “Il nostro mondo appare più vuoto – afferma – se lo immaginiamo solo pieno di montagne, fiumi e città. Però sappiamo che da qualche parte c’è qualcuno che è in sintonia con noi, qualcuno con il quale continuiamo a vivere, sia pure in silenzio. Questo, e solo questo, fa sì che la terra sia un giardino abitabile”. Proprio a causa della massificazione e dell’anonimato, tanto caratteristici dei nostri giorni, abbiamo bisogno di luoghi caldi, di spazi nei quali possiamo sentirci come a casa nostra. Dove vi sono amici sorge l’esperienza della confidenza, il calore del focolare domestico. Per molti nostri contemporanei, l’amicizia costituisce il loro focolare e la loro patria in mezzo a una terra senza patria e senza focolare. Chi ha amici di partiti politici diversi dal suo, di altre professioni, religioni e nazionalità è una persona felice. Sta davanti a un mare senza sponde. Frequentando e amando la gente più diversa, ci si amplia la mente e ci si allarga il cuore. Riceve molto e dona molto. È colui che meglio può orientare chi sta in una situazione senza via d’uscita. Naturalmente, l’amicizia non si può imporre a forza. È un dono che viene dall’alto. Però possiamo acquisire la capacità di ricevere questo dono.   1. Una condizione imprescindibile Per avventurarmi nella vita dell’altro, devo essere in pace con me stesso. Devo andare d’accordo con me stesso e devo riuscire a essere, in qualche modo, “amico di me stesso”. Conosco una donna che ha abortito varie volte e che poi – dopo un incredibile cambiamento – ha lavorato con aggressività a favore della vita. Una volta mi confessò: “Francamente, mi odio. E odio tutte le donne che abortiscono. Se una donna ha compiuto questo crimine, le rimangono soltanto due strade: lottare con impeto pro o contro la vita per mettere a tacere la voce della propria coscienza”. Tuttavia non difendiamo la vita soprattutto per superare i nostri problemi personali, ma per aiutare gli altri. Non potremmo farlo in modo efficace, se non trasmettessimo nient’altro che il nostro caos interiore, soffocando gli altri con i nostri sentimenti amari e deleteri; e gli altri fuggirebbero da noi per proteggersi. Se non sto a mio agio con me stesso, non starò a mio agio in nessun posto. Se non riesco a incontrare me stesso, non posso compiere un vero incontro con nessun’altra persona. Se non sono in armonia con me stesso, non potrò seminare pace intorno a me. C’è anche una terza possibilità per quelle che hanno praticato l’aborto: possono difendere la vita serenamente se sono riuscite a diventare “amiche di se stesse”. Ma com’è possibile arrivare a tanto? L’amicizia richiede un atteggiamento di profonda sincerità. Non si può costruire su una menzogna. Così, per essere “mio amico” devo comportarmi con rettitudine interiore. Non devo reprimere le grandi questioni che affiorano, più o meno spesso, nel mio intimo. Devo mettere ordine nella mia stessa anima, guidarla verso il bene e cercare il senso profondo della mia esistenza. Se una persona si è riconciliata con Dio e con se stessa, ha l’opportunità di dare al mondo la propria testimonianza con una particolare convinzione. È un compito splendido, un’occasione per riparare e, naturalmente, è anche un metodo per curare le proprie ferite sempre più a fondo.   2. Il valore dell’amabilità Vi sono due modi di mostrare la nostra forza in una conversazione: possiamo trascinare l’altro verso il basso oppure spingerlo verso l’alto; possiamo agire in modo distruttivo o in modo costruttivo. Un linguaggio offensivo, alcune frasi sarcastiche, una certa arroganza, o l’asprezza, la prepotenza e i rimproveri, sono esempi di una conversazione distruttiva; producono resistenze e, certe volte, vere e proprie ribellioni. Non occorrono particolari capacità per calpestare l’altro: chiunque può farlo. A volte si ferisce di più con la freddezza che con la rabbia. Però il prezzo è alto. Se stiamo a discutere, se ci contrapponiamo e disapproviamo, creiamo distanze; se ci lasciamo guidare dall’agitazione interiore, finiremo con l’offendere. Qualche volta potremo ottenere una vittoria; ma sarà una vittoria vuota. Una persona forzata contro la sua volontà non cambia opinione. Non esce dal circolo vizioso nel quale si trova e spesso tende a sabotare gli sforzi di chi cerca di convincerla. È vero che la coazione, certe volte, può evitare un male – può evitare, per esempio, la morte di innocenti -; ma non è un mezzo adatto a condurre una persona verso il bene. Un cambiamento violento, di norma, non è profondo e non dura. Non si può forzare nessuno a essere buono. I cinesi dicono: “Chi cammina con dolcezza va lontano”. Lo stesso concetto è espresso dalla famosa favola del sole e del vento. Entrambi discutevano su chi fosse il più forte, e il vento disse: “Vedi quel ragazzo avvolto in un mantello? Scommetto che gli farò togliere il mantello più rapidamente di te” Cominciò a soffiare con una forza straordinaria, fin quasi a creare un ciclone. Ma quanto più forte soffiava, tanto più il ragazzo si avvolgeva nel suo mantello. Alla fine il vento si calmò e si dichiarò vinto. Allora uscì il sole e sorrise benignamente sul ragazzo. Non passò molto tempo che questi, accalorato, si tolse il mantello. In realtà la dolcezza è più potente della foga. Soltanto attraverso il cuore possiamo arrivare alla mente di un’altra persona. Se questa ci respinge, noi non possiamo fare nulla. Ma se nota che le vogliamo veramente bene, che per noi è speciale e importante, e che desideriamo che sia totalmente felice, allora si apre la possibilità di una relazione amichevole, nella quale – come abbiamo visto – ognuno ascolta l’altro e ognuno impara dall’altro. L’amicizia nasce e si accresce quando eliminiamo l’immagine che ci eravamo fatta dell’altra persona. È un’esperienza delicata, che richiede tempo, calma e molta sensibilità. Colui che ama dà qualcosa di se stesso, della propria vita, di quello che c’è di vivo in lui. Condivide le sue gioie e i suoi dolori, i suoi entusiasmi e i suoi disinganni, le sue esperienze e i suoi progetti, le sue riflessioni e, non da ultimo, la verità che ha trovato; in una parola: si dà in prima persona. Se s’instaura questo clima, non è difficile parlare di tutto, anche delle proprie mancanze, per molto gravi che siano.   3. Trasmettere la verità Per migliorare l’altro nella comunicazione costruttiva, conviene consolidare la relazione positiva già esistente fra noi. È importante vedere nell’altro le cose buone, perché tutti noi abbiamo la tendenza a comportarci in base alle aspettative degli altri. In tal senso, la sapienza popolare consiglia: “Se vuoi che gli altri siano buoni, trattali come se già lo fossero”. Dovremmo parlare sempre con uno stile personale. Quando pronunciamo frasi fatte, c’è chi smette di ascoltare. Non dovremmo dimenticare che le parole – e persino i migliori esempi – si logorano con l’uso eccessivo. Dato che gli argomenti a favore della vita si utilizzano spesso e in tanti contesti, può darsi che non facciano più impressione. Abbiamo bisogno di una fedeltà creativa ai principi comuni. Chi vuole veramente bene all’altro non attenua né nasconde il male che questi può aver fatto. Cercherà di trasmettere le esigenze etiche con assoluta chiarezza, adattandole alle circostanze del caso. Non cercherà falsi compromessi, perché sa che essi non possono condurre nessuno a una pace stabile. “Non è onesto eludere i principi etici elementari – affermano Natalia Horstmann ed Enrique Sueiro -. Vi sono cose buone e cose cattive, e la loro bontà o la loro cattiveria è indipendente dai consensi. Il tabacco non uccide perché così è scritto sul pacchetto di sigarette…; né la violenza maschilista è aberrante perché è condannata dal governo. Sono realtà dannose in se stesse, chiunque lo dica e anche se nessuno lo dice”. L’altro ha il diritto di conoscere tutta la verità, anche se a prima vista possa apparirgli amara. Per questo abbiamo l’obbligo grave di renderlo partecipe della luce che abbiamo, probabilmente grazie alla generosità di altri. Allo stesso modo, per essere pienamente sinceri in qualunque relazione umana, è conveniente e necessario far conoscere la propria identità. L’altro vuol sapere chi sono io, così come io voglio sapere chi è lui. Se soffochiamo le differenze e ci abituiamo a tacerle del tutto, forse potremo godere per qualche tempo di un’armonia apparente; ma in realtà non ci accetteremmo reciprocamente come siamo per davvero, e la nostra relazione diventerebbe sempre più superficiale, più deludente, finché prima o poi si spezzerebbe. Se instauriamo un rapporto di confusione, non aiuteremo nessuno. Per questo è necessario esporre la verità nel modo più chiaro e completo possibile. Quando ci comportiamo in questo modo non ostacoliamo l’amicizia, ma al contrario la favoriamo, se cureremo la delicatezza e il rispetto. “Non accettate come verità nulla che sia privo d’amore. E non accettate come amore nulla che sia privo di verità. L’una senza l’altra si trasforma in una menzogna distruttiva”. Queste parole ispirate della filosofa Edith Stein mi sembrano particolarmente adatte alla difesa della vita. Ogni verità mescolata con il veleno diventa immediatamente falsa.   4. Aiutare a uscire dalle difficoltà Secondo Socrate, non conviene insegnare niente a nessuno. Il grande maestro guidava saggiamente i suoi contemporanei alle verità che essi stessi scoprivano. Il suo metodo rispecchiava una conoscenza profonda del cuore umano. Spesso, nella realtà, siamo più convinti delle verità che abbiamo scoperto per conto nostro che di quelle che altri ci servono su un piatto d’argento. Analogamente, in psicologia si parla della “intenzione rubata”: se voglio fare una certa cosa – e ne ho anche un gran desiderio -, e un’altra persona mi dice che devo fare proprio questo, può darsi che mi passi la voglia di farla. Mi sento un comprimario, non il protagonista dell’opera. A nessuno piace ricevere ordini su cose che aveva deciso di fare. Così, conviene appellarsi ai motivi più nobili dell’altro e aiutarlo a far sì che egli stesso voglia compiere il bene o pentirsi del male. Egli stesso può e deve decidersi a uscire dal pozzo nel quale è caduto. Se sa di avere vicino un amico, forse ci riesce. Accanto all’amico, una persona può entrare in relazione con il proprio autentico io; può percepire ciò che di sincero e di autentico c’è nel proprio cuore. Si può sentire avvolto d’aria fresca, grazie alla quale può respirare in modo diverso dal solito; e quest’aria lo indurrà a entrare in contatto con quello che di più sublime ed elevato c’è in lui. Il nostro compito consiste soprattutto nel mettere l’altro in relazione con i propri sentimenti più intimi e autentici, e nell’incitarlo a esprimere i silenziosi impulsi del suo cuore. Possiamo assicurargli la nostra vicinanza, dargli una mano e trasmettergli la certezza che la strada verso la salvezza è percorribile. Un buon amico infonde coraggio, luce e speranza, anche se la notte è oscura. Aiuta l’altro a uscire dalla depressione dopo una grande caduta. Gli dà il coraggio necessario per rialzarsi e la forza per assumersi le proprie colpe, con tutte le conseguenze. E non per ultimo, risveglia in lui l’entusiasmo di schierarsi nuovamente per la vita. Un proverbio giapponese afferma: “Con un amico accanto a me, nessuna strada sarà troppo lunga”.   Nota finale L’amore per la vita si esprime spesso nel coraggio, nella fortezza e nella giustizia. Nello stesso tempo, si mostra nell’umiltà, nell’ascolto e nella compassione. Difende sempre la verità e, nel migliore dei casi, riesce a costruire un’autentica amicizia. Vogliamo dare la vita a tutti, sia a quelli che si trovano in pericolo materiale di perderla, sia a quelli che si trovano in pericolo spirituale di rubarla. Tutti hanno bisogno della nostra sollecitudine, e non dobbiamo dimenticare che colui che fa il male riceve più danno di colui che lo subisce. Per questo motivo abbiamo fissato la nostra attenzione sulle vittime, forse ancora più distrutte dei bambini che non nasceranno o degli anziani che muoiono anzitempo. Vogliamo dar vita anche ai responsabili dell’aborto e dell’eutanasia. Vogliamo offrire loro il nostro aiuto per uscire dal loro errore e rivedere i loro atteggiamenti. Con ciò abbiamo ben chiaro che “la verità non si impone se non con la forza della verità stessa”. Se un “difensore” si abitua a scoprire il nucleo buono di tutti gli uomini, e a stabilire un incontro con chi si è comportato male, allora migliorerà anche la propria condizione di vita. Nel rapporto sincero con gli altri cresce la sua vitalità. Se gli vengono in mente altre idee, verranno alla luce altri valori. Il “difensore”, soprattutto, diventa sempre più capace di amare, sempre più adatto a orientare. Acquisterà, in mezzo a un mondo caotico, sapienza per comprendere, pazienza per lottare e una gioia inesprimibile, che è frutto dell’impegno di guidare altri dall’oscurità alla luce. Il suo stile di vita si riassume nel famoso motto di Antonio Machado: “Pensare alto, sentire profondo e parlare chiaro”.       Jutta Burggraf insegna Teologia Dogmatica ed Ecumenismo nella Facoltà di Teologia dell’Università di Navarra.  

Cogitoetvolo