La personalità del “difensore della vita” / 2

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Come aiutare coloro che apparentemente disprezzano la vita? Come orientare le persone che, coinvolte in situazioni limite, hanno scelto di uscirne con una tragedia, decidendo per l’aborto o per l’eutanasia? Riportiamo la seconda parte della conferenza della professoressa Jutta Burggraf pronunciata il 6 novembre 2009 durante il IV Congresso Internazionale pro-vita, tenutosi a Saragozza (Spagna).

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Umiltà Il “difensore della vita” è disposto a opporsi, qualunque siano gli ostacoli, al male esistente nel mondo. Per una causa come questa, vale la pena perdere il prestigio sociale e spendere fino alle ultime energie.
Eppure dobbiamo riconoscere che tutti noi siamo deboli e possiamo stancarci. Tutti siamo partecipi del male. Durante la II Guerra Mondiale, lo scrittore trappista Thomas Merton affermò, contrito, dall’America: “Ognuno riconosca la propria grande colpa, in quanto tutti noi siamo in qualche modo colpevoli di questa guerra… Noi siamo un albero del quale Hitler è uno dei frutti, che tutti noi alimentiamo”.
Secondo uno dei suoi biografi, Merton sapeva molto bene “che il peccato, il male e la violenza che vedeva nel mondo era lo stesso peccato, lo stesso male e la stessa violenza che aveva scoperto nel proprio cuore… L’impurità del mondo era uno specchio dell’impurità del proprio intimo”. Nella solitudine e nel silenzio Merton prese coscienza che in lui viveva l’umanità intera, con tutta la sua miseria, ma anche con il suo anelito d’amore: individuò il mondo nel suo cuore.
Questo fatto è stato ricordato da Giovanni Paolo II nella sua visita al campo di concentramento di Auschwitz. Quando il papa entrò in quel luogo spaventoso, dove erano morti molti suoi amici e compagni d’infanzia, non fece nessun sermone, non espresse nessuna riprovazione, ma cominciò a recitare il Confiteor, chiedendo perdono a Dio per i propri peccati.
Tutti siamo profondamente e personalmente coinvolti nelle vicende di questo nostro mondo. Se accettiamo umilmente questo fatto e contempliamo l’intimità più profonda del nostro essere, potremo migliorare almeno una piccola porzione della società della quale facciamo parte. Allora potremo vedere, con occhi più limpidi, che, malgrado tutti gli errori, negli altri c’è molto di buono e di bello.
Si racconta che durante una riunione il generale Robert Lee parlò in termini straordinariamente elogiativi di un ufficiale alle sue dipendenze. Un altro militare che era presente restò attonito: “Generale – gli disse -, non sa che l’uomo di cui parla con tanta ammirazione è uno dei suoi peggiori nemici, che non perde occasione di denigrarla?”. “ – rispose il generale Lee –; però avevano chiesto la mia opinione su di lui, non l’opinione che egli ha di me”.
Soltanto quando lottiamo per essere sinceramente umili si ha la possibilità che gli altri ci aprano il loro cuore. Certe volte conviene parlare prima di tutto delle nostre mancanze personali, dei nostri errori. Venticinque secoli fa il sapiente cinese Lao Tse disse: “La ragione per la quale i fiumi e i mari ricevono l’omaggio di centinaia di torrenti della montagna è che si mantengono sotto di loro. Così sono capaci di regnare su tutti i torrenti della montagna”. In modo simile dovrebbe comportarsi chi desidera trasmettere una verità: deve collocarsi al di sotto degli altri. Così gli altri non sentiranno il suo peso e non prenderanno le sue parole per un insulto.
A parte ciò, ogni persona ci è davvero superiore in vari aspetti: da tutti possiamo imparare.


Saper ascoltare Una delle conseguenze immediate dell’umiltà è la capacità di accogliere e ascoltare l’altro. A volte si ha bisogno di molto carattere e dominio di sé per non innervosirsi immediatamente. In ogni caso la rabbia e le recriminazioni sono inutili, perché mettono l’altra persona sulla difensiva e di solito lo inducono a cercare di giustificarsi. Ferire l’altro con critiche pungenti non soltanto non corregge, ma aggrava la situazione. Le ferite possono creare risentimenti, che a volte durano decenni e continuano a bruciare fino alla morte.
Quando qualcuno si sbaglia, a volte tra sé e sé sarà costretto ad ammetterlo. E se lo sappiamo guidare con dolcezza e tatto, forse lo ammetterà anche con noi. Ma questo non accadrà se cerchiamo di convincerlo a ogni costo che non ha ragione.
Il segreto per agire con tranquillità consiste nel non identificare una persona con ciò che fa. Un esempio eloquente ci è dato da Albert Camus, che in una lettera aperta si rivolge ai nazisti e parla dei crimini da loro commessi in Francia: “Malgrado voi stessi, vi continueremo a chiamare uomini… Ci sforzeremo di rispettare in voi ciò che voi non rispettavate negli altri”. Ogni persona è al di sopra dei suoi peggiori errori.
Quasi tutti parliamo troppo quando cerchiamo di convincere gli altri del nostro modo di pensare. Prima deve parlare l’altra persona. Essa conosce meglio di noi i propri problemi, le proprie lotte e le proprie sofferenze. È necessario creare un clima nel quale essa possa parlare senza misurare le parole, possa mostrare le proprie debolezze senza timore alcuno di essere censurata.
Siamo chiamati a impegnarci nella difficile arte di entrare nell’intimità degli altri, di non limitarci a quello che dicono, ma di arrivare a ciò che vogliono dire, di non ascoltare soltanto le parole, ma anche i messaggi. Spesso conviene assumere la funzione di cestino della carta straccia o di pattumiera. Può darsi che la scarsezza di questi “ascoltatori pattumiera” sia la causa della solitudine angosciante di tante persone: sono piene di sentimenti distruttivi e di esperienze orribili, che non riescono a condividere con nessuno.
Se ci troviamo in disaccordo con la persona che parla, possiamo essere tentati di interromperla. Ma è meglio non farlo, perché così non l’aiuteremmo. Essa non ci presterà attenzione finché avrà ancora una quantità di idee e di esperienze di vita personale che vuole trasmettere. La cosa più importante non è dare consigli, ma stare accanto all’altro.
Dobbiamo stare ad ascoltare tranquillamente sino alla fine. La parola che dovesse rimanere dentro una persona potrebbe essere quella decisiva. È proprio questa la parola che deve uscire. Per questo – avverte Guardini – dobbiamo esercitarci a “vedere, ascoltare, sentire come, dietro a un sentimento evidente, dietro a un pensiero esplicitato, c’è molto altro che rimane nascosto; e quando ciò che era nascosto è finalmente conosciuto, può darsi che dietro ci sia ancora dell’altro”.
I migliori conversatori non sono quelli che parlano bene, ma le persone che si interessano a quello che dicono gli altri.
Comprensione Ricordo una adolescente disperata, che era rimasta incinta e subiva forti pressioni per abortire. Per varie settimane aveva cercato un aiuto, però non sapeva a chi rivolgersi. Quando le parlai, le domandai perché non aveva detto niente alla sua amica che collaborava con fervore a una associazionepro vita. “Impossibile – mi rispose -. Non posso parlare con lei di queste cose. Sarebbe uno scandalo per lei. La nostra amicizia finirebbe”. Ma, quando uno è caduto nelle profondità del dolore, non è forse proprio l’amico, l’amica, che deve lottare per lui e con lui? “Sii solidale con gli altri, soprattutto se sono colpevoli”, recita un proverbio francese.
In un momento di scoraggiamento, di fallimento o di angoscia, è straordinariamente importante trovare una persona comprensiva, che non rimproveri, che non classifichi freddamente, ma sia capace di condividere i sentimenti – spesso contraddittori – che si trovano nel cuore umano. Vi sono momenti nei quali ogni uomo – anche il più crudele assassino – ha bisogno di essere consolato e rincuorato. Il criminale americano Crowley, condannato alla sedia elettrica per aver ucciso molta gente, poco prima di morire scrisse: “Sotto i vestiti ho un cuore affaticato, un cuore buono: un cuore che non farebbe male a nessuno”.
Sappiamo quello che quest’uomo ha vissuto? Conosciamo le manipolazioni e le pressioni alle quali era stato esposto durante l’infanzia, il suo vuoto interiore, la sua noia? Che cosa ha provocato la sua disperazione e il suo odio? C’è una ragione nascosta per la quale ogni persona pensa e agisce. Se scoprissimo questa ragione, avremmo la chiave delle sue azioni e forse quella della sua personalità.
In un mondo pieno di situazioni tremende, siamo chiamati a scoprire la possibilità di compatire. Il grande scrittore inglese Graham Greene afferma: “Se conoscessimo le cose sino in fondo, avremmo compassione persino delle stelle”.
Naturalmente non mi riferisco all’esercizio pubblico della giustizia o della necessità di scontare o meno una pena. Parlo semplicemente dell’atteggiamento di una persona concreta nei confronti di un’altra che si è resa colpevole. Nella vita quotidiana non ci compete condannare gli altri, né esprimere giudizi sulle loro intenzioni. Quando questi atti avvengono “per la strada”, spesso non sono esenti da una gran dose di fariseismo. Inoltre, sono l’inizio di un nuovo ciclo di violenza e di oppressione. L’unica vera liberazione è quella che tocca il cuore e induce a cambiarlo, con la grazia di Dio.
Un commento mordace o cinico non aiuta per niente, e anzi sprofonda l’altro ancor più nella miseria. Invece, se questi nota un vero interesse, un’autentica preoccupazione per la sua persona e per la situazione in cui si trova, può darsi che reagisca favorevolmente. La comprensione ha un effetto di guarigione
È necessario capire che ognuno ha bisogno di più amore di quello che “merita”, che ognuno è più vulnerabile di quel che sembra. Perfino la persona più violenta, finché vive, può pentirsi dei propri errori, può cambiare e crescere. “Non c’è peccatore senza futuro, né santo senza passato”, dice la sapienza popolare.
Comprendere significa avere la ferma convinzione che ogni persona, indipendentemente da tutto il male che abbia fatto, è un essere umano capace di fare il bene. Nessuno è totalmente corrotto; in ognuno brilla una luce. Quando lo comprendiamo, è come se dicessimo all’altro: “No, tu non sei così. So chi sei. In realtà sei assai migliore”. Vogliamo per l’altro tutto il bene possibile, la sua piena crescita, la sua profonda felicità, e ci sforziamo di amarlo dal profondo del cuore, con grande sincerità.
Le persone che sanno dare affetto e speranza agli altri esistono davvero. La loro presenza genera una sensazione di benessere. Gli altri sanno di essere in buone mani quando stanno con loro; sanno di essere stimati e amati, malgrado tutti i propri errori. Possono abbandonare le loro angosce, riposare e scoprire valori che forse non hanno mai conosciuto.

      Jutta Burggraf insegna Teologia Dogmatica ed Ecumenismo nella Facoltà di Teologia dell’Università di Navarra.  

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