La personalità del “difensore della vita” / 1

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Come aiutare coloro che apparentemente disprezzano la vita? Come orientare le persone che, coinvolte in situazioni limite, hanno scelto di uscirne con una tragedia, decidendo per l’aborto o per l’eutanasia? Riportiamo, in tre parti,  la conferenza della professoressa Jutta Burggraf pronunciata il 6 novembre 2009 durante il IV Congresso Internazionale pro-vita, tenutosi a Saragozza (Spagna).

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Voglio ricordare una scrittrice tedesca, Karin Struck. Siamo diventate amiche nell’ultimo periodo della sua vita. Se non fosse morta prematuramente, nel 2006, sicuramente oggi sarebbe qui con noi, in questo grande Congresso pro-vita. Per molti anni Karin è stata una romanziera famosa. Ai tempi dell’università aveva militato nel partito comunista; poi aveva fatto propaganda in favore del libero amore e dell’omosessualità. Aveva deciso di vivere sola con i suoi quattro figli, senza marito e senza compagni. Un giorno volle abortire del suo quinto figlio. Pur non praticando alcuna religione e non avendo alcun codice etico, restò profondamente sgomenta per l’atto da lei stessa commesso. Con la sua sensibilità di artista, espresse la propria angoscia nel 1992, in un libro intitolato “Ich seh mein Kind im Traum” (“Vedo mio figlio nei sogni”).

In seguito alla pubblicazione di questo libro la sua vita cambiò radicalmente. Le grandi case editrici le chiusero le porte, così come le riviste più importanti; la radio e la televisione rifiutarono le sue collaborazioni abituali. Karin fu completamente emarginata, estromessa dalla considerazione del grande pubblico. E prese coscienza, sempre più profondamente, di quanto e fino a che punto la nostra società è malata. È stata una donna radicale e coraggiosa. Quando si rese conto che, indirettamente, semplicemente pagando la previdenza sociale, stava finanziando migliaia di aborti, si astenne dal pagarla per sé e per i suoi figli. Però poche settimane dopo ebbe un gravissimo incidente stradale insieme al più piccolo dei figli: sia lei che il bambino finirono in coma, ed ebbero poi bisogno di vari interventi chirurgici e di lunghi periodi di degenza in ospedale. Vista la sua situazione economica, questo significava che Karin era caduta nell’indigenza. Eppure non fu lasciata sola. I gruppi “Pro Vita” della Germania, della Svizzera e dell’Austria e molte persone singole, che l’avevano conosciuta attraverso il suo libro contro l’aborto, formarono una rete di aiuto a Karin. I soccorsi furono sia materiali che spirituali, e le diedero la forza di reimpostare la propria vita dalle fondamenta, e il coraggio di tirare avanti. In una delle sue ultime lettere, Karin mi raccontava: “Ora pulisco le case di altre famiglie e prima o poi spero di terminare i miei studi. Non sono più famosa, né voglio esserlo. Ma finalmente sono in pace”. Mi piacerebbe esaminare insieme a voi le persone che hanno aiutato Karin. Le hanno dato l’aiuto economico, così necessario in una situazione precaria; però le hanno donato molto di più: nella situazione dolorosa in cui si trovava, le hanno trasmesso una nuova gioia, una nuova speranza. Si può dire che hanno completamente risvegliato e difeso la sua vita. Adesso, non mi voglio soffermare su ciò che potrebbero argomentare i “difensori della vita” – quali siamo noi – ai gruppi di pressione o ad alcuni politici. Non parlerò neppure dei libelli che scrivono, né delle manifestazioni che organizzano. Voglio soltanto riflettere con voi sul nostro comportamento di ogni giorno nei confronti di alcune persone ben precise “dell’altra sponda”: cioè persone che hanno abortito o che vogliono farlo, che hanno richiesto l’eutanasia o che vogliono ricorrervi. Alcuni “difensori” sono organizzati in associazioni, altri no. Di solito, per difendere la vita, non occorre appartenere a un gruppo, anche se spesso è opportuno. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che la potenza di un gruppo dipende dalla personalità di ognuno dei suoi membri. Perciò, se vogliamo difendere la vita efficacemente, è molto importante cominciare da noi stessi. Alcuni atteggiamenti convenienti Tutti noi siamo molto diversi gli uni dagli altri, e diverse sono anche le circostanze in cui ci troviamo. È bene, inoltre, che, diversi come siamo, abbiamo diversi modi di agire. Tuttavia possiamo mettere in evidenza alcune caratteristiche comuni che, in un modo o nell’altro, ogni “difensore” dovrebbe curare. Fortezza Occorre una buona dose di coraggio e di fortezza per lavorare a favore della vita nella nostra era caratterizzata da dittature occulte o manifeste. Vi voglio raccontare alcuni fatti che lo dimostrano con evidenza. Quando cadde il muro di Berlino, la Germania orientale diventò, all’improvviso, uno Stato libero nel quale entrarono in vigore nuove leggi. Furono aperti gli archivi della polizia segreta e si scoprirono – fra migliaia di altre vicende vergognose – alcuni fatti di particolare importanza che a mala pena furono fatti conoscere ai cittadini. La polizia segreta della Germania comunista era stata molto attiva nella distruzione della morale pubblica e privata nella Germania Occidentale. Aveva impiegato metodi ben precisi per soffocare la difesa della dignità umana, del matrimonio e della famiglia. Per esempio, ogni volta che qualcuno – in televisione, attraverso la radio o su un giornale – si pronunciava a favore della vita, riceveva severe critiche in quasi tutti i mezzi di comunicazione. Veniva chiamato “fascista”, intollerante e arrogante; veniva disprezzato, ridicolizzato e, alla fine, messo a tacere. Le critiche e le campagne erano organizzate nella Germania comunista. Se siamo disposti a lavorare a favore della vita, abbiamo bisogno di un cuore libero e forte. Dobbiamo arrivare a essere sempre più indipendenti dai giudizi degli altri. Un autentico “difensore” accetta serenamente di essere preso per pazzo. In realtà è più sano di una persona considerata “normale” in virtù del suo buon adattamento alla nostra società, perché non rinuncia alla sua capacità di pensare per conto proprio, né alla sua spontaneità; malgrado gli ostacoli, segue la propria luce interiore e si oppone a tutto ciò che rimpicciolisce l’uomo, lo massifica, lo manipola e lo inganna. Già prima della depenalizzazione dell’eutanasia in Olanda (1-IV-2002), era consuetudine in molti ospedali “fare sparire” clandestinamente i malati terminali quando qualcuno decideva che era opportuno farlo. In quel periodo la madre di Piet, un mio conoscente, stava morendo per una malattia dolorosa. Negli ultimi giorni soffriva moltissimo e, mentre tutta la famiglia era riunita nella sua stanza, il medico primario entrò, guardò tutta quella gente, chiamò Piet nel corridoio e gli disse: “Senti, io ora farei a tua madre una iniezione per provocarle una buona morte. Ma so che tu hai altre convinzioni e perciò ho bisogno del tuo consenso perché poi non voglio avere grane”. Piet non diede il permesso e il medico non poté applicare l’eutanasia. La madre ebbe una lunga agonia. “È stato traumatico – mi disse Piet in seguito -. Vedi morire tua madre e non puoi aiutarla. E oltre a questo, tutta la famiglia ti addossa la colpa delle sue sofferenze e ti rimprovera per la durezza di cuore dimostrata”. Proprio così: vi sono situazioni straordinariamente dure. Si corre il pericolo di vacillare, ed è possibile che cediamo se non abbiamo delle convinzioni forti, molto personalizzate e radicate in una visione completa dell’esistenza.       Jutta Burggraf insegna Teologia Dogmatica ed Ecumenismo nella Facoltà di Teologia dell’Università di Navarra.  

Cogitoetvolo