La politica della provocazione

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Dovunque si leggono le proposte del candidato alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump. E immediata la reazione del mondo politico e non solo

In un contesto delicato come il nostro presente storico, ogni singola parola viene ponderata. Ci si muove come elefanti in cristalleria, nel terrore che un movimento erroneo si trascini dietro la conseguenza di una massa di frantumi: e alcune cose sono difficili – a volte impossibili- da ricostruire.

Tra ISIS Russia Siria Libia Turchia, di cristalli da rompere ve n’è fin troppi. Non a caso le sale del potere –soprattutto in Europa –  riecheggiano di una retorica compassata che, eccezion fatta per l’incondizionata condanna al terrorismo,  si esibisce in equilibrismi politici.

Ma da oltre oceano giungono voci di dissesto. Tutti i giornali europei riportano quasi come burla le parole al vetriolo del magnate americano Donald Trump.  Ricco impresario, in corsa per le elezioni alla presidenza degli Stati Uniti del 2016, ben addentro da anni nelle intricate pastoie mediatiche degli USA, tra wrestrling e reality show.

Le sue proposte vestono una maschera di provocazione, sottilissima invero, tanto da sembrare reali (e in effetti, proprio come reali vengono proposte).

Innanzitutto: limitare, se non oscurare completamente internet, per evitare che i giovani possano essere adescati dai flussi estremistici che ormai  hanno fatto del web la loro arma principale. Una completa chiusura del world wide web per bloccare i canali di reclutamento dello Stato islamico. E la libertà di stampa? E quella di espressione? Si domanda lui stesso. “Trascurabile!” risponde.

Che provocare, offendere, diffamare siano i marchi di riconoscimento della sua campagna elettorale, è una fatto ormai noto: è il suo stile . O meglio: la sua strategia politica. In un mondo che cerca risposte e soluzioni, anche le ipotesi più estreme vengono acclamate con giubilo, se presentate come risolutive: pagate a caro prezzo sì, ma definitive.

Internet gronda di citazioni e aneddoti su Donal Trump. Il suo motteggiare e deridere un giornalista affetto da una disabilità motoria. O il liquidare la candidatura della Clinton con sillogismi perfettamente posti come: “se la Clinton non riesce a soddisfare suo marito, come pensa di poter soddisfare gli Americani?”.

Altra equilibrata proposta è quella di non accettare più in America nessuno che professi la fede musulmana, per tagliare il problema alla radice “finché non si capisce cosa diavolo succede”.

Inutile riportare il polverone di disapprovazione scatenato. Da quelle più formali e istituzionali, che hanno come capo fila il presidente in carica Obama, sino a quelle più ironiche –e forse più calzanti. Perché persino la nota scrittrice Rowling non si è trattenuta dal dire “neppure Voldemort era così cattivo”.

Eppure il popolo sembra dargli ragione. I sondaggi lo danno in ripresa, proprio a seguito di queste sue dichiarazioni. Il populismo – si sa – è una leva ben oliata e facile ad abbassarsi. Quel che occorre domandarsi, invece, è se queste dichiarazioni restino inerti, nell’etere mediatico. Il disappunto della comunità islamica è solo una conseguenza minimale, recuperabile con un “chiediamo scusa”. Ma gli equilibri internazionali sono composti da ingranaggi ben più sensibili, facili a schizzare anche al tocco più impercettibile.

Anche se non dovesse mai arrivare a prender posto dietro la scrivania dello studio ovale – in quel caso le conseguenze sarebbero ben diverse- le sue parole potrebbero avere un’eco più ampia, forse incontrollabile. Recettori in malafede che non attendono altro che una provocazione, per entrare in azione, per disseminare terrore e confusione.  E non staremo forse facendo proprio il loro gioco?

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.