La povertà è la mia vita

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3° classificato del concorso Una storia per la vita – 2010

 

Non una parola, né un gesto. Solo uno sguardo. Uno sguardo limpido, penetrante, implorante. “Aiutami!”, mi diceva. E io non avevo fatto nulla. Guardavo quello sguardo limpido, penetrante, implorante, che si allontanava lentamente … Quello sguardo aveva un nome. Si chiamava Amir. Aveva anche una storia. Una storia lunga, sofferta, terribile. Una storia fatta di sogni puerili infranti, di povertà, di miseria, di viaggi rocamboleschi verso l’Europa, verso  quel continente fatto di palazzi scintillanti e auto di lusso, verso quella terra di libertà e di giustizia, di apparente progresso e civiltà.

Quello sguardo puro, cristallino, che aveva visto morire ad uno ad uno i suoi fratelli, che aveva visto il viso della madre sparire lentamente e confondersi con la stoffa bianca dello chador, aveva deciso di cambiare vita. Effettivamente c’era riuscito. I suoi occhi non si soffermavano più sulla miseria arida della sua terra, ma su quella, ben mascherata, di lurido sobborgo suburbano italiano. Fu lì che lo incontrai, semisdraiato per terra, che chiedeva l’elemosina. Il suo sguardo incontrò il mio. I suoi occhi impressero il fuoco sulla mia pelle.

“Come ti chiami?” “Amir” “Quanti anni hai?” “Undici”, riuscì a malapena a balbettare. E così io, studentessa d’alto borgo, schizzinosa, altera e dalla sensibilità vagamente aristocratica, portai questo bambino a casa mia, senza un apparente motivo. “Che schifo!” fu l’unico commento di mia madre. Che schifo, eh? Non si lavava da mesi. Non mangiava decentemente da mesi. “E’ il caso che lo portiamo in commissariato” continuò “probabilmente non ha nemmeno il permesso di soggiorno: lo rispediranno alla fogna in cui è nato”. Silenzio. Ma lo sguardo di Amir parlava, implorante. “Aiutami!”, mi diceva. E così feci.

Lo lavai. Lo nutrii. Con la pazienza e la dolcezza di una madre, lo presi con me. Lo protessi. Lo amai. Scoprii molte cose su di lui, anche se non parlava molto. Era il suo sguardo che comunicava, che stabiliva un contatto con il mondo esterno, molto più affidabile di ogni parola. Aveva gli occhi celesti, grandi, fanciulleschi, innocenti, così rari per un bambino nato dalla parte sbagliata del mondo. Eppure, quegli stessi occhi erano stati muti spettatori di realtà terribili. Poi, all’improvviso, me lo portarono via. Era stato mio padre. “La mia campagna elettorale non può essere infastidita dalla presenza di un extracomunitario nella mia casa”. Guardai in silenzio il fazzoletto verde che spuntava dal suo taschino, l’omino stilizzato che brandiva una spada ricamato sulla sua giacca. Lo guardai con occhi pieni di odio.

Immaginavo Amir costretto a chiedere qualche spiccio ai semafori, lottando ogni giorno per sopravvivere. Quasi riuscivo a vederlo, quello sguardo limpido, che implorava i passanti distratti. Passarono i giorni.. I giorni diventarono mesi; i mesi, anni. Il suo pensiero mi tormentava ma, al tempo stesso, mi confortava, mi illuminava l’anima.  Ma la mia vita continuava. Rimasi incinta, nonostante la mia giovane età. No, non volevo quel bambino. Non volevo vedere gli occhi infantili di un’altra persona, non volevo dimenticare quelli di Amir.

Così, mentre andavo in clinica, dove, mi avevano assicurato, il mio “problemino” si sarebbe risolto in meno di sette giorni, rividi quegli occhi. Sempre grandi, sempre limpidi, ma più maturi. Scaricava frutta al mercato, era felice. Come poteva esserlo? La sua esistenza rimaneva sempre al limite della sopravvivenza,  non aveva casa, non aveva famiglia, né amici, eppure …  “La povertà è la mia vita” mi disse, serio. “ Non riuscirai, stavolta, a portarmi via”.  A me vennero in mente le parole di un poeta americano: Figli e figlie degeneri, scriveva, la vita è troppo forte per voi. Ci vuole vita per amare la vita.

Tornai a casa, senza passare dalla clinica. Adesso, anche io ero felice.

 

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.