La “conquista” dell’America Latina. Una leggenda nera da ripulire? / 2

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Continuiamo a leggere che cosa avvenne cinque secoli fa in America Latina, quando i primi europei, provenienti dalla Spagna, sbarcarono nel Nuovo continente dando origine a una svolta epocale nella storia dell’umanità. L’incontro non fu indolore per le popolazioni locali, che furono decimate dall’arrivo degli spagnoli. Tuttavia ciò non accadde di certo per la violenza dei conquistadores… Per le popolazioni indie, infatti, sarebbe stato facile sbaragliarli. Basta dare uno sguardo ai numeri, come ricorda Vittorio Messori: “nei cinquant’anni tra il 1509 e il 1559, dunque nel periodo di una conquista dalla Florida allo stretto di Magellano, gli spagnoli che raggiunsero le Indie Occidentali furono poco più di 500 l’anno. In totale, 27.787 persone in tutto, in quel mezzo secolo”. Il motivo fu un altro: i virus di malattie che gli spagnoli e i portoghesi portarono con sé e contro i quali l’organismo delle popolazioni autoctone non era fornito di anticorpi: vaiolo e morbillo. “Usciti troppo bruscamente dal loro isolamento – scrive lo storico francese e calvinista Pierre Chaunu -, gli Indiani d’America non soccombettero sotto i colpi delle spade in acciaio di Toledo, ma sotto lo choc microbico e virale”. La leggenda nera però incalza: gli indios furono ridotti alla condizione di schiavi nelle encomiendas, come denuncia “uno dei vostri”, il domenicano Bartolomeo de Las Casas. A distanza di cinque secoli, il giudizio dato sul valore delle testimonianze di questo frate è riassunto dal professor Maltby: “nessuno storico che si rispetti può oggi prendere sul serio le denunce ingiuste e forsennate di Las Casas”. Ai suoi tempi, invece, fu preso sul serio. E proprio dai “cattolicissimi sovrani” di Spagna che, dopo averlo accolto con tutti gli onori a corte, emanarono una serie di leggi per la protezione degli indios. Cattolici com’erano, i re di Spagna e Portogallo vollero obbedire al Papa Paolo III che, già nel 1537, con la bolla Sublimis Deus, del 1537, riaffermò la dignità umana degli indios e vietò ogni forma di schiavitù. Naturalmente, quelli che non obbedivano al Papa la schiavitù la praticarono senza alcuna remora: in Nord America gli Inglesi e gli Olandesi, oramai passati al Protestantesimo, e, più tardi, con il tramonto dell’autorità regia spagnola, i creoli, europei impiantati in America del Sud, che erano imbevuti delle idee dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese, che aveva della “fraternità” un’idea abbastanza strana, se aborriva i matrimoni misti tra europei ed indios, che fino ad allora gli spagnoli e i portoghesi avevano tranquillamente praticato. Furono gli stessi creoli “illuminati” dal verbo della Massoneria anticattolica a provvedere sistematicamente alla distruzione delle testimonianze delle culture precolombiane, che i missionari francescani, domenicani e gesuiti si erano invece preoccupati di raccogliere e di conservare, al punto che non si poteva essere ordinati sacerdoti senza conoscere bene la lingua quechua o altri linguaggi locali come il nahuatl e il guaranì. I “colonizzatori” portavano via oro, certo, dalle ricche miniere, ma allo stesso tempo, insegnarono alle popolazioni locali l’uso di ciò che esse non conoscevano ancora: la ruota, l’aratro pesante, il mantice, la lavorazione del ferro e anche l’arco. Franco Cardini afferma: “Nessuna civiltà amerinda, insomma, ha veramente superato la fase calcolitica, l’età della pietra e del rame”. Ed è un altro storico, Francesco Pappalardo, a ricordare che spagnoli e portoghesi offrirono quanto di meglio la civiltà medioevale aveva prodotto: “Costruiscono case e chiese, promuovono l’agricoltura e l’allevamento degli animali, creano scuole di arti e mestieri, aprono ospedali – il primo di questi, fondato in Messico da Cortés, nel 1521, è attivo ancor oggi – e numerosissimi centri di carità, fondano collegi e università, la prima delle quali a Santo Domingo, nel 1538, a meno di cinquant’anni dalla scoperta”. Tra tante luci, non mancarono le ombre, tali, però, da non poter giustificare la leggenda nera e da non considerare esagerato il titolo di un saggio dello storico Jean Dumont: “Il Vangelo nelle Americhe. Dalla barbarie alla civiltà”.

Saverio Sgroi

Educatore e giornalista, con una grande passione per tutto quello che riguarda il mondo degli adolescenti, dai quali non finisco mai di imparare. Per loro e con loro mi sono imbarcato su questa nave di C&V, di cui sono il "capitano". Ma come tutti i capitani, non potrei nulla senza una grande squadra ;-)