La rinascita di Bruce Springsteen

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“Abbiamo bisogno di te!”, grida una voce dal finestrino di un’auto che gli passa davanti. Lui è abituato ad essere venerato come il salvatore della patria, come l’uomo che ha ridato vigore alla musica rock made in U.S.A., ed è decisamente più famoso di molti illustri inquilini della Casa Bianca. Tuttavia non ha mai apprezzato particolarmente la grande notorietà che gli deriva dal successo planetario, l’essere riconosciuto e adorato per strada, persino in un anonimo parcheggio del New Jersey, l’essere identificato con un nomignolo che è tutto un programma: The Boss.

L’urlo di quel fan un po’ ingenuo è una richiesta di aiuto precisa e toccante, che inevitabilmente gli scuote le viscere. Non è un giorno come gli altri. E’ il giorno che segue la fine del mondo ma ne prepara un’altra ancora peggiore, il giorno della riflessione solo apparentemente ragionevole, il giorno di una guerra alle porte, il giorno dei progetti di pace calpestati dalla sete di vendetta. E’ il giorno che segue quel dannato 11 settembre del 2001. Le mastodontiche torri di Ground Zero sono state distrutte dalla tremenda furia omicida che ha incenerito le certezze degli americani, riducendo drasticamente le aspettative di pace e di stabilità del mondo intero. Bruce sa di non essere Dio, sa che alla sua terra, teatro storico della sua sensibile ed inestimabile poesia, può solo regalare delle storie, dei versi, dei frammenti di rinascita.

Così nel 2002 vede la luce The Rising, dodicesima fatica in studio di Bruce Frederick Joseph Springsteen, il Boss assoluto del rock dal 1972 in poi. Il disco rappresenta una rinascita sotto tutti i punti di vista: l’ultimo album (decisamente sotto tono) di Springsteen risaliva a ben sette anni prima e gli anni ’90 avevano segnato il suo parziale declino artistico, anche a causa della collaborazione sospesa con la mitica E-Street Band, formata dagli amici di sempre (e dalla moglie Patti Scialfa) che erano stati co-protagonisti del suo straordinario successo (basti pensare ad album come Born To Run, The River, Born In The U.S.A.). Dopo ben diciotto anni, Bruce ricomincia la collaborazione con la sua band (di cui si è sempre considerato un membro come gli altri) per dare una risposta concreta ai suoi fan, a se stesso, ma soprattutto alla sua America, piegata dal dolore e dalla psicosi della vendetta, schiacciata in questa inedita condizione di insicurezza cronica.

Per capire il rapporto del Boss con la sua terra, occorre inquadrare l’intera discografia di questo grande rapsodo moderno: è un rapporto di amore e odio, incentrato sull’eterna dialettica tra la speranza e le promesse infrante, tra la voglia di rimanere e il desiderio irrefrenabile di fuggire, tra la realizzazione personale e l’inevitabile insoddisfazione nell’accorgersi che il “sogno americano” era solo un miraggio evanescente, destinato a perdersi nelle deserte, larghe e lunghissime higways che legano le città distanti e polverose, e danno l’illusione di dare consistenza ad un futuro incerto. Le stesse highways che, nelle sue canzoni, si popolano spesso di personaggi feriti, delusi, distrutti dal lavoro nelle officine, sfiniti dalla guerra, traditi dalla frontiera, o ancora uomini col cuore colmo di speranza, in cerca della Terra Promessa, in cerca di una vita dignitosa e di un amore che doni spensieratezza e gioia.

Questa è l’America di Springsteen. L’America che ora ha bisogno di lui. Un’America da ricostruire, un’America a cui regalare attimi di orgoglio, senza pomposità nazionalistiche, senza fronzoli colmi di populismo, senza vendette, senza chiusure. Il dolore è protagonista, certo, ma non è un dolore disperato. Il dolore cantato da Bruce non è mai stato, in realtà, definitivo. Anche nel passaggio graduale che ha accompagnato la caratterizzazione dei suoi personaggi da Born To Run a Darkness On The Edge Of Town, mai si è arrivati ad una disperazione senza vie di fuga, nonostante il tradimento totale delle speranze e delle promesse a cui questi eroi del quotidiano si erano aggrappati con ostinazione.

Con The Rising, il senso di impotenza che si prova davanti alla mancanza di appigli, davanti al crollo totale delle certezze e soprattutto davanti al dolore per la perdita di persone care, è quasi insostenibile. La reazione, tuttavia, è la reazione di chi cerca il significato della propria esistenza non solo in chi gli sta accanto, grazie ad un nuovo (fondamentale) afflato solidaristico che sembra donare forza e coraggio, ma è la reazione di chi trova speranza in qualcosa di trascendente. Più di “qualcosa” in realtà: i riferimenti alle grandi religioni monoteiste (soprattutto al Dio cristiano) sono espliciti, così come i riferimenti alla pace, al dialogo interreligioso, a ciò che può accomunare vittime e carnefici, nonostante le contraddizioni apparentemente insanabili. Springsteen, fedele al suo stile di narratore “esterno”, fa parlare i personaggi delle sue splendide storie. Lo fa senza giudizi definitivi, senza prese di posizione che potrebbero apparire scontate. Lo fa, soprattutto, cercando l’armonia come strumento di lotta alla discordia, l’amore come strumento di reazione più efficace all’odio dilagante.

Dopo 68 minuti di Musica, in cui si evince completamente la grande sintonia tra Bruce e la mitica E-Street Band (orfana, dal 2008, del mitico e indimenticabile tastierista Danny Federici, morto per un tumore a soli 58 anni), arriva il momento della perla conclusiva: My City Of Ruins, preghiera gospel da brividi, scritta dal Boss già nel 2000, volta a promuovere la rinascita di Asbury Park, città del New Jersey in cui cominciò la grande avventura di Bruce e dei suoi fantastici amici, fotografia tristemente immobile della Grande depressione del ‘29. La canzone, che soprattutto eseguita dal vivo fa inevitabilmente versare fiumi di lacrime, ha assunto dopo la tragedia di Ground Zero, un significato nuovo. Intenso invito ad alzare la testa, a rialzarsi, a rinascere. Commovente preghiera a Dio, affinché doni coraggio, forza, amore a chi è messo a dura a prova dalle difficoltà apparentemente insormontabili della vita.

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Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.