La scienza e i suoi limiti

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Può la scienza fondare la morale? La scienza ha tutte le risposte agli interrogativi dell’uomo?

Perché l’universo? Perché questi immensi spazi intersiderali? Che senso ha tutto questo? A rispondere non sarà la scienza, ma la filosofia. Così per l’uomo. Così per Dio.

“Dio è momentaneamente assente, si sa. È in teopausa“ direbbe Ceronetti. E gli uomini di scienza ne approfittano. L’astrofisica Margherita Hack dice di aver liquidato Dio già dall’età di sedici anni, emula in questo di Croce. Carlo Flamigni, che ha aperto la via alla fecondazione artificiale in Italia, porta avanti un discorso sull’etica degli scienziati che, al seguito di Carlo Augusto Viano, relega tra le imposture il cattolicesimo e qualsiasi religione” (G. Mucci, Le incognite della scienza, La Civiltà cattolica, 17 novembre 2007).

L’etica cristiana? L’etica buddhista? L’etica islamica? Tutte da buttare e, prima fra tutte l’etica giudeo-cristiana. Infatti, scrive Flamigni, il mago della provetta, “l’etica delle religioni, ossificata, antiquata, prende le mosse dai miti più antichi di un Giove che punisce gli uomini con fulmini”. Liquidato Giove tra i vecchi miti, è liquidata anche l’etica cristiana che parte addirittura dai miti primordiali mesopotamici.

Una posizione di primato, in questa battaglia contro l’etica cristiana, è tenuta però da Richard Dawkins, etologo inglese, che calpesta con disinvoltura i confini della scienza, della filosofia e della teologia, sdottorando con aggressività e arroganza contro gli assunti morali del cristianesimo.

 

Una nuova morale fondata sulla scienza

Viviamo nell’occhio di un ciclone di ateismo e anticlericalismo. Il rifiuto di accogliere Benedetto XVI a La Sapienza, la più grande università italiana, è un episodio che si colloca in questo clima.

Il nocciolo del problema è questo: è finita la vecchia morale cattolica con tutti i suoi divieti antistorici e avanza una nuova morale fondata sulla scienza. Flores d’Arcais aveva scritto Etica senza Dio. E. Recaldano pubblica nel 2007 Un’etica senza Dio. “Un’etica senza Dio può proporsi come antidoto all’atrofizzazione dei nostri sentimenti morali, all’impossibilità di correggerli, allargarli e rivederli sulla base delle nostre esperienze particolari e delle condizioni effettive dei nostri simili. Diversamente da quanto credono i creazionisti, non c’è nessun bisogno di ricorrere a un Autore della Natura e ai suoi disegni per spiegare l’origine della vita e della specie umana, poiché possiamo farlo in termini evolutivi e naturali. Allo stesso modo non abbiano bisogno alcuno di ricorrere a Dio per spiegare l’etica, poiché possiamo farlo appellandoci alla natura umana”.

E’ un’etica “che interpreta il posto dell’uomo nell’universo in termini naturalistici”. Una morale ‘naturalistica’ che attacca frontalmente la morale ‘cristiana’, quella dei Dieci Comandamenti del Sinai.

Ovviamente, anche in campo scientifico non tutti sono d’accordo. Alcuni cercano una via di conciliazione tra la visione cristiana dell’uomo e quella della scienza. Galli della Loggia va sul concreto e fa osservare che si continua a parlare della scienza idealisticamente in una sua pretesa innocenza. Invece la scienza oggi è soldi, interessi economici, investimenti e profitti miliardari. “La scienza – nota Mucci – è soprattutto gli scienziati, ossia persone che non accettano norme e controlli che non siano da essi voluti”. Che c’entra, dicono alcuni ricercatori, la morale cristiana con i problemi dell’ovulo, dell’embrione, delle staminali? La scienza indaga, la scienza scopre, la scienza decide. Ma, ed è la grossa domanda: in base a quali valori? E’ il problema della morale ‘naturalistica’.

Il problema scienza—fede ha avuto alterne vicende, da Galileo in poi. Ma è del tutto nuova la richiesta, avanzata con impressionante sicurezza, di fare della scienza la madre della morale, cancellando a cuor leggero due millenni. Osserva Vittorio Possenti: esiste “una frequente fiducia nella scienza anche quando si ritiene che il suo sapere sia provvisorio e fallibile: rinviato in Cielo Dio, per il quale non c’è più posto entro il quadro del pensiero calcolante e strumentale, si trova in terra come sostituto ispirante la tecnica”.

Sono utili, nel dibattito di questi problemi, i quadri ideologici in cui devono essere collocati per capirli a fondo. Ricercarne le radici. Ora, in fondo a queste pretese della scienza di erigersi a giudice e codificatore di una nuova inedita morale, troviamo il fenomeno della secolarizzazione e, un passo più addietro, quello dell’Illuminismo. È infatti costante la pretesa di erigere la Ragione a unica e suprema legislatrice. Mucci: “Dopo il trionfo e il crollo delle ideologie di massa, si è avuto prima la predicazione a tamburo battente della volatilizzazione del sacro e del religioso, poi l’esaltazione delle potenzialità della scienza e della tecnica, un’esaltazione innestata sulla cultura della secolarizzazione. Procedendo all’indietro, la critica all’ ‘etica senza Dio’ è una variante della critica all’ateismo razionalista che nega e deride tutto ciò che si presenta non controllabile dalla sola ragione. O, più chiaramente, è la critica al tentativo tuttora in atto che, stavolta in nome della scienza, lavora per ridurre la dottrina della ragione aperta alla fede o nel ghetto del privato o nella marginalizzazione culturale e sociale”. In parola povere, la Chiesa in sacrestia, zitta e buona. Ora in nome dell’umanesimo, ora in nome della scienza si decreta la fine o l’agonia della visione cristiana dell’uomo e della vita.

 

Sdogmatizzare la scienza

Nel problema della scienza e dei suoi rischi è entrato da tempo anche Giovanni Reale, uno dei massimi del pensiero classico greco, dai presocratici, a Platone e Aristotele.

Premesso che, come osservava Edgar Morin, la mondializzazioni della scienza europea ha implicato la europeizzazione del mondo, Reale annota: “Vorrei fermarmi sui pericoli che comporta la nuova scienza quando si degrada in forme dogmatiche di ‘scientismo’, nonché sui pericoli legati alla tecnica assolutizzata in forme di tecnicismo”. In breve: il binomio scientismo—tecnicismo sostituisce il vecchio binomio scienza—tecnica. Con quali rischi?

Oggi la conoscenza scientifica – prosegue Reale – è assunta da molti come punto di riferimento valido per ogni tipo di conoscenza. Nasce così una vera e propria forma di ‘dogmatismo scientifico’ o , se si preferisce, di ‘dogmatismo scientista’.

Una invasione di campo? Pare di sì, visto che da varie parti, scienziati e non, si invoca una ‘sdogmatizzazione’ della scienza. Un processo che stenta ad essere accettato anche per i progressi vertiginosi della scienza in tutti i campi. E così la scienza finisce per diventare la madre dell’etica. E la filosofia, che spazia in campi molto più vasti, è ridotta a relitto da museo.

Ed è allora che le domande fondamentali restano inevase. Steven Weinberg, uno scienziato premio Nobel, scrive: “Quanto più l’universo appare comprensibile grazie all’indagine scientifica, tanto più ci appare senza scopo. Gli uomini e le donne non si accontentano di consolarsi con miti di dei o di giganti, o di restringere il loro pensiero alle faccende della vita quotidiana; costruiscono anche telescopi e satelliti e acceleratori, e siedono alla scrivania per ore interminabili nel tentativo di decifrare il senso dei dati che raccolgono. Lo sforzo di capire l’universo è tra le pochissime cose che innalzano la vita umana al di sopra del livello di una farsa, conferendole un po’ della dignità di una tragedia”. Perché l’universo? Perché questi immensi spazi intersiderali? Che senso ha tutto questo? A rispondere non sarà la scienza, ma la filosofia. Così per l’uomo. Così per Dio.

 

“L’umanesimo esclusivo è un umanesimo disumano”

Henri de Lubac, uno dei grandi teologi del Novecento, scriveva nella sua opera Il dramma dell’umanesimo laico: “Non è vero, come si dice qualche volta, che l’uomo sia incapace di organizzare la terra senza Dio. Ma è vero che, senza Dio, egli non può, alla fin dei conti, che organizzarla contro l’uomo. L’umanesimo esclusivo è un umanesimo disumano… La Terra, senza Dio, potrebbe cessare di essere un caos solo per diventare un carcere”. E scriveva queste righe dopo aver visto la tragedia di Hitler e del suo umanesimo fondato sulla pura razza ariana che si è risolto nell’inferno dei lager, e dopo aver visto l’umanesimo marxista di Stalin che si è risolto nell’inferno dei gulag. “L’umanesimo ateo – scriveva ancora de Lubac – si è rivelato un antiumanesimo”.

Annota Reale: “Scienza e tecnica sollevano problemi maggiori di quanti ne risolvano”. Edgar Morin va oltre: “La volontà di instaurare la salvezza della Terra senza Dio non solo non ha salvato la Terra, ma vi ha installato un inferno”.

E allora non suona strano che un filosofo come Emanuele Severino, pur partendo da diagnosi diverse da quella cattolica, scriva: “La scienza non avrà l’ultima parola. Il paradiso della tecnica nasconde l’inferno” (La Stampa, 22 gennaio 2008).

Significativo anche l’intervento di Benedetto XVI: “Francesco Bacone e gli aderenti alla corrente di pensiero dell’età moderna a lui ispirata, nel ritenere che l’uomo sarebbe stato redento mediante la scienza, sbagliavano. Con una tale attesa si chiede troppo alla scienza; questa specie di speranza è un inganno. La scienza può contribuire molto all’umanizzazione del mondo e dell’umanità. Però può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa” ( Spe salvi, n. 27).

Ci fu chi scrisse che la parabola del progresso tecnico-scientifico è partita dalla fionda per approdare alla megabomba. Esagerato, certo. Ma con un’anima di verità.

 

“Il cristiano è il profeta del senso”

Concludiamo con de Lubac. “È una illusione credere che, col progresso della scienza, l’idea di Dio possa essere un giorno sradicata dalla coscienza dell’uomo. Al contrario essa vi ritrova, se per avventura l’avesse perduto, il suo vero posto… Il problema fondamentale è, in definitiva, quello del senso totale dell’esistenza umana”. Chi sono? Che senso ha la vita? Che senso ha l’amore, la sofferenza? Che senso ha il lavoro, il produrre? C’è qualcosa dopo la morte o si ritorna al Nulla da cui siamo partiti?

Sono interrogativi a cui la scienza non sa rispondere perché non le appartengono.

E sir Julian Huxley, considerando la crisi della nostra generazione dominata dal nuovo scientismo, notava “l’assenza di qualsiasi luce che ci potrebbe guidare nel lugubre crepuscolo della vita. Prevale su tutto la mancanza di qualsiasi credo che possa dare un senso alla vita degli uomini e ispirarli all’azione”. Risponde de Lubac: “Dio è questa luce, è il futuro assoluto dell’uomo, il Senso da cui tutto prende senso”. Paul Ricoeur scriveva: “Se il mondo ha bisogno di giustizia, se ha bisogno di carità, ha ancor più profondamente bisogno di senso. Il cristiano è il profeta del senso”.

Articolo tratto da Dimensioni Nuove

 

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