La scuola che (si) salva

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Mai come ora si era parlato di “scuola”, la scuola che quasi sembra essere una cosa a sé, staccata dal tutto il resto. Un mondo nel mondo, forse troppo lontano dal nostro mondo. E troppo vicina ad un mondo che non vogliamo.
Perché, guardateci, guardateci camminare per strada, cercate i nostri occhi, cercate le nostre voci: troverete il vuoto, la confusione. Quella che nasce dall’amara consapevolezza di essere stati lasciati soli, a camminare senza direzione.

Una volta ricordo di aver letto in un libro che a vivere s’impara. Ecco, non sappiamo più da chi s’impara a farlo. Non sappiamo più per cosa vale la pena farlo. Camminiamo, sì, ma per inerzia, perché non sappiamo più trovare la forza per spingere in avanti i nostri passi. Perché non troviamo più passi da seguire.

Ai nostri occhi il mondo sembra perfetto, una promessa, una speranza. Poi però ci accorgiamo che non è così, e allora la delusione di quella scoperta ci veste d’insoddisfazione. Di rabbia quasi. Perché credevamo davvero di essere il futuro, di poterlo creare con i nostri pensieri, di plasmarlo con le nostre mani. E adesso invece ci scontriamo con la realtà, cruda, dura. Prendiamo a spallate quella barriera, la malediciamo, la graffiamo. Ma non cade. E non capiamo che dietro quel muro, per noi invalicabile, c’è davvero nascosto il futuro.

Ma non c’è nessuno che ci spinga un po’ oltre, che ci faccia salire sulle sue spalle per vedere un po’ più lontano? Questo chiediamo. Questo vogliamo. Vogliamo vedere quel mondo che ci è stato nascosto.
Siamo sicuri che da qualche parte esiste. Ma per vederlo serve una scuola che ci faccia salire sulle sue spalle per farci guardare oltre. Vogliamo uomini e donne che ci aiutino a sollevarci, che ci diano passi da seguire. Vogliamo una scuola che ci guardi, che abbia gli occhi dei nostri professori, e che creda in noi. Che ci guardi ragazzi e ci veda uomini. Una scuola intelligente, che sappia intus-legere, leggere dentro, vedere oltre.

Prima di sapere cos’è un integrale, di conoscere a memoria il “5 maggio”, di ricordarci la data della prima Guerra d’Indipendenza, vogliamo sapere quanto tutto questo ci servirà per vivere, per crescere.
Non diteci di studiare per il voto, per un numero; perché no, non ci basta. Vogliamo sapere che voi credete in quello che ci dite perché se ci credete per davvero ci crederemo anche noi. Insieme. Guardateci negli occhi e non pensate a noi come ad un nome su un registro. Non parlateci della crisi, la vediamo, la sentiamo sulla pelle. Diteci piuttosto perché spendete per noi la vostra vita, nonostante la crisi, nonostante tutto.

Nelson Mandela ha detto che l’educazione è l’unica arma che può cambiare davvero il mondo.
E allora diventiamo quell’arma. Spiegateci come non essere indifferenti, come amare la libertà, diteci per cosa vivete, per cosa vi giocate. Gridatecelo. Anzi no, non fatelo. Non ditecelo, vogliamo vederlo, vogliamo capirlo da come voi vivete. Per imparare, e provare a fare lo stesso.

Per i greci la scuola (scholè) era tempo prezioso, libero, usato per conoscere sé stessi. Per noi è il tempo per diventare noi stessi.
L’ho detto, a vivere s’impara. Insegnateci anche questo. E la nostra confusione diventerà certezza, la nostra rabbia determinazione. Perché allora, quella, sarà anche la nostra scuola. E noi saremo quegli illusi che crederanno ancora, saremo quelli del “nonostante tutto”, perché sapremo che cambiare le cose si può. Perché sapremo che ancora c’è chi ci darà una ragione per farlo.

Articolo scritto da Giacomo Tamborini

Cogitoetvolo