La sedia della felicità

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Un film di Carlo Mazzacurati, per la sceneggiatura di Carlo Mazzacurati, Doriana Leondeff, Marco Pettenello. Con Isabella Ragonese, Valerio Mastrandrea, Giuseppe Battiston, Milena Vukotic, Katia Ricciarelli, Raul Cremona, Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio. Produzione: BI. BI. Film, in collaborazione con Rai Cinema. Distribuzione: 01 Distribution. Paese: Italia. Durata: 94 minuti. Genere: Commedia. Uscita: 24 aprile 2014. Target: 14+.

 Lei estetista, lui tatuatore. Un tesoro nascosto, difficile da scovare, e un prete di troppo. Una felicità a portata di mano o, forse…di sedia!

 Chi di noi non ha mai sognato di partecipare a una caccia al tesoro? Una di quelle vere, però. Quelle in cui gli indizi non sono indovinelli o quesiti di storia e geografia, ma rocambolesche avventure nelle quali solo l’astuto ingegno e la voglia di vincere portano al tesoro. Quelle in cui l’ambito premio può cambiare la propria vita, e anche quella di chi ci sta accanto.

Moltissimi avranno letto “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson e ne saranno rimasti affascinati. E sicuramente tanti, sognando prima o poi di dare una svolta alla propria vita, giocano alla lotteria, al gratta e vinci e a tutto quello che ci illude che la felicità è il denaro e che il denaro realizza l’unica felicità possibile.

Proprio un’avventurosa caccia al tesoro che coinvolge due spiantati alla ricerca di quella felicità che faccia voltare loro pagina, è il motore dell’ultimo film di Carlo Mazzacurati, che, quasi prevedendo che la malattia l’avrebbe portato via, ha voluto dire addio nel migliore dei modi a quella squadra di attori/amici che per tanti anni hanno animato molte delle sue pellicole. Parti brevi, appena accennate, ma recitate in modo eccellente, sono affidate ad Antonio Albanese, Silvio Orlando, Fabrizio Bentivoglio, Milena Vukotic. E in questa storia, ogni personaggio seppur secondario, diviene protagonista. Perché in una caccia al tesoro che si rispetti ogni indizio può essere quello decisivo.

Ma, facciamo un passo indietro. Tutto ha inizio quando Bruna, un’estetista stacanovista con un compagno che la tradisce e un salone di bellezza da mandare avanti – sebbene un minaccioso fornitore/strozzino prepotentemente le porti via tutti quei macchinari che lei non è ancora riuscita a pagare – riceve una confessione in punto di morte dalla madre di un famigerato bandito, Norma Pecche (Katia Ricciarelli), che le riferisce che all’interno di una delle sue sedie da salotto ha nascosto anni prima un estimabile tesoro. Ma, la medesima confessione la Pecche rivolge  anche al prete che la confessa prima che l’ultimo respiro venga da lei esalato. Intenzionata a trovare quella sedia che possa farle cambiare vita, Bruna inizia così la sua disperata ricerca, che la porta accidentalmente a coinvolgere Dino, tatuatore con altrettanti problemi finanziari che lo costringono a non poter vedere il figlio avuto dalla sua ex-moglie.

I due, o meglio i tre, dal momento che anche Padre Weimer va a caccia della sedia del tesoro, formano così un improbabile team che li vede coinvolti in una spasmodica ricerca che sfiora il paradosso e un comico quasi patetico. Perché, se il pubblico giustifica il comportamento di Bruna e Dino che se le inventano tutte pur di prendere le forbici e strappare con violenza il cuscino delle otto sedie che possono portare alla felicità, non può piacere allo spettatore attento questa ennesima parodia (che va tanto di moda ultimamente sul grande schermo) di un prete  fin troppo sopra le righe dedito alla ricerca dei soldi più che alla salvezza delle anime. Un ritratto  vuoto e privo di senso per nulla credibile che suscita soltanto perplessità. Questo il limite del film.

In questa spasmodica corsa di Bruna e Dino verso un tesoro che è più prossimo di quanto non pensino – forse hanno già capito che la vera ricchezza è quella dei sentimenti? -, lo spettatore si sente coinvolto tra ex baracche trasformatesi in mega ristoranti cinesi, macellai col pallino di collezionisti d’arte, maghi cialtroni che si spacciano per grandi professionisti, convention di gelatai a caccia di visibilità, indiani furbi e avidi, sedute spiritiche di anziane svampite e badanti raggirate, e infine, pastori che si improvvisano pittori alle pendici dei monti, costretti a vivere in una quasi totale solitudine.

Con una regia delicata, mai volgare, attenta e discreta, Mazzacurati si è congedato dal suo pubblico, dalla vita e dal suo Veneto, qui più che mai ampiamente celebrato, nel modo più divertente possibile e con poche cadute di stile, coinvolgendo anche i più restii al (sor)riso. Perché non c’è caccia al tesoro che non metta di buon umore chiunque, facendo sognare e ridere, appassionare e sperare, innamorare e amare. Proprio come Bruna e Dino che ri-scoprono la speranza in una vita che pare non dare nulla e togliere sempre, e che, invece, alla fine sa regalare loro l’unico vero scrigno della felicità, quello in cui si custodisce ciò che il denaro non può dare. I sentimenti, la solidarietà, la speranza, gli affetti, l’amore. E’ questo il vero bottino che fa ricco chi lo caccia e lo ottiene rinnovandolo, e povero chi lo ha e non se ne cura.

Amo leggere, affidare i miei pensieri alla scrittura e viaggiare per scoprire la bellezza di tutto ciò che mi circonda. I classici latini e greci sono la mia più grande passione - e di questi ho fatto la mia ragione di vita -, insieme all'arte e alla pittura.