La solitudine dei numeri primi (film)

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La solitudine dei numeri primi. Che bel titolo per un libro. Appassionante, intrigante, misterioso, enigmatico. E poi, il tema della solitudine è uno dei miei preferiti, e l’idea dell’autore di accostare la solitudine umana a quella dei numeri primi, divisibili con nessun altro numero se non con se stessi, mi sembra geniale. Il libro ha anche vinto l’autorevole Premio Strega. E quindi, colpevole di non aver letto quello che è considerato un capolavoro della letteratura contemporanea, decido almeno di andare a vedere il film, diretto da Saverio Costanzo, ispirato, appunto, al romanzo di Paolo Giordano.

Sabato sera, cinema più famoso e affollato di Catania. Strano, nella sala destinata alla proiezione del film ci sono solo dodici persone, me inclusa. Mi guardo intorno spaesata pensando che, forse, lo scarso numero di spettatori possa essere giustificato dalla natura meramente intellettuale della proiezione. Finalmente, il film ha inizio.

I “numeri primi” sono Alice e Mattia, segnati da un passato che li ha feriti profondamente, lasciando numerose e profonde cicatrici, che gli impediscono di relazionarsi con il mondo a loro circostante. “Che storie paradossali” penso, durante uno dei lunghissimi momenti di silenzio dei protagonisti “ma sono sicura che ora le loro due strade si incontreranno, ed entrambi riusciranno a superare i traumi del passato”. Ma le strade di Alice e Mattia sono come due rette parallele: destinate ad avvicinarsi sempre di più, senza mai toccarsi. Il film prosegue, lento come non mai. A infinite inquadrature dei visi dei personaggi seguono discorsi brevi, fugaci, carichi di ansia e tensione. E, man mano che, seppur lentissimamente, i minuti scorrono, le storie dei due protagonisti diventano sempre più paradossali, al limite della psicosi, così assurde da destare lo sgomento, quasi il fastidio dello spettatore.

Alla fine, il grande colpo di scena: la storia si conclude … senza avere una conclusione. Alice e Mattia non hanno dimenticato il passato, non vivono felici, non sono capaci di stringere ancora relazioni interpersonali. Si abbracciano, rigorosamente in silenzio, su una panchina del parco.

Partono i titoli di coda, si accendono le luci della sala. Io e gli altri undici sventurati ci guardiamo intorno, attoniti e stupiti.

“E’ finito?” grida un signore dalle ultime file. La sua voce rimbomba nella sala vuota, mentre la canzone dei titoli di coda echeggia ancora nella sala, creando quel clima d’ansiosa attesa che ha alimentato tutto il film.

“Vogliamo rimborsato il biglietto!” urla subito un altro, e noi tutti scoppiamo in una risata generale.

Cercando di non dare ascolto ai vari commenti (“Assurdo!”, “Tu hai capito quale era la storia?” “Ma hai visto che finale senza senso?”), sgattaiolo via. Appena fuori, esco il biglietto dalla tasca, lo accartoccio e lo butto nel cestino. Avrei desiderato tanto fare la stessa cosa con la pellicola del film.

 

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.