La Spagna stringe sull’aborto. E fa bene

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La notizia del giorno, anche se è riduttivo definirla così, è il dietrofront di venerdì scorso del Governo spagnolo sull’aborto procurato, che potrebbe subire – se il Parlamento darà la sua approvazione – importanti limitazioni rispetto alla precedente legislazione varata nel 2010 da Zapatero. Nello specifico, la proposta avanzata dal ministro della Giustizia Alberto Ruiz-Gallardón, assicurando l’obiezione di coscienza a tutti i professionisti sanitari interessati, prevede l’aborto volontario nelle prime 12 settimane solo in caso di stupro ed entro le prime 22 settimane di gestazione nell’esclusiva eventualità di rilevante e duraturo rischio della salute materna, da accertarsi da due differenti medici.

Ora, dei possibili atteggiamenti del legislatore in materia, quello assunto dall’esecutivo di Mariano Rajoy non rientra nella tipologia più restrittiva – vale a dire quella che sancisce il divieto assoluto di aborto con tanto di sanzione penale  -, ma costituisce egualmente una svolta significativa nel panorama europeo ed occidentale, come del resto suffragato dal vespaio di polemiche che questa decisione sta scatenando. Anche perché, al di là dell’esito parlamentare che avrà la proposta del ministro della Giustizia spagnolo, questa non solo ha riacceso i riflettori sul tema eticamente sensibile per eccellenza, ma di fatto costringe noi tutti a tornare a considerare quale fondamento possa avere l’idea dell’aborto legale.

In altre parole, quello che sta succedendo in Spagna si traduce, per noi osservatori esterni, in un interrogativo: perché – noi come Italia, come Europa e come Occidente – dovremmo continuare a mantenere l’aborto legale? Di certo, diversamente da quanto sentiamo spesso affermare, non per sconfiggere la piaga dell’aborto dato che se da un lato un Paese come l’Italia effettivamente registra un calo di aborti che però riesce difficile non leggere quale riflesso di un generale calo di nascite (e dunque di concepimenti), d’altro lato – come brillantemente osservato dal dottor Puccetti – «le donne abortiscono in maggiore misura se l’aborto è legale in una percentuale che gli» stessi «autori pro-choice stimano tra il 10 ed il 30%».

L’aborto legale, dunque, non serve a contrastare l’aborto. E neppure – per venire ad una seconda ipotesi di legittimazione della pratica – a sconfiggere l’aborto clandestino dal momento che, per stare all’Italia, lo stesso Ministero della Salute, nella sua ultima relazione, ribadisce una stima «pari a 15.000 aborti clandestini». A questo punto, si potrebbe ribattere che l’aborto legale, anche se non diminuisce il fenomeno in generale e neppure ne sconfigge la dimensione clandestina, quanto meno tutela la salute delle donne; ma pure questa è una falsa ragione giacchè, se ci atteniamo alla letteratura scientifica, risulta accertato come il divieto di aborto non risulti correlato alla mortalità materna e men che meno ad un suo peggioramento.

Anzi, a dirla tutta la pratica abortiva – anche sorvolando sui non trascurabili ed anzi altissimi rischi di depressione ed ansia che comporta – risulta associata ad un maggiore tasso di mortalità, per le donne che vi ricorrono, sia rispetto all’aborto spontaneo che alla gravidanza portata a termine. Riepilogando, non esiste una – dicasi una – buona ragione, neppure considerando la sola salute femminile e tralasciando totalmente l’ambito morale, per cui il legislatore farebbe bene a mantenere l’aborto legale; al contrario, ne esiste una ma solidissima che va nella direzione esattamente opposta. Di quale ragione stiamo parlando?

Semplice: della ragione, ma sarebbe meglio dire del fatto, per cui il bambino non ancora nato è una persona e come tale merita di essere incondizionatamente tutelato. Perché nel momento in cui siamo informati dell’esistenza di qualcuno col cuore battente, con già una sua vita relazionale fatta di ritmi giorno-notte  ed in grado a suo modo di rispondere alla voce materna, di memorizzarla fra le altre  e di avvertire un senso di dolore, abbiamo solo una possibilità per negare che quel qualcuno sia uno di noi: chiudere gli occhi. Ma chi inizia col chiudere gli occhi, molto presto, si ritroverà chiusi non solo quelli, ma anche il cuore, col rischio – reale e gravissimo – di perdere la propria umanità. Ne vale la pena?

giulianoguzzo.wordrpress.com

Classe '84, sociologo. Sono veneto, ma lavoro a Trento. Appassionato di bioetica, scrivo per alcuni siti e riviste e per tutti quelli che amano e odiano le mie opinioni. Soffro di grafomania ma non ho alcuna intenzione di farmi curare.