La storia di Chinyery

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E’ una storia di amore e speranza, di dolore e morte, quella di Chinyery, la compagna di Emmanuel, il nigeriano pestato a morte lo scorso 7 luglio a Fermo. La storia di una donna che ha molto da insegnarci.

Questa è la storia di una donna, forte e coraggiosa, di nome Chinyery. Ha la pelle scura, gli occhi profondamente neri, le labbra carnose, una fede incrollabile, un cuore forte e segnato da lutti dolorosi. Ma non è solo la sua di storia, è anche quella di tante donne, costrette ad affrontare la guerra, la fame, la morte dei propri cari, un viaggio lungo e doloroso, in cerca di un porto di salvezza, di speranza, in cui ricostruire i brandelli della propria esistenza, sulle ceneri dei propri sogni, a mani nude.

Chinyery è fuggita da Boko Haram (Nigeria) quando le bombe degli integralisti hanno ucciso la sua famiglia, tra cui la sua bambina di due anni. È fuggita, col compagno Emmanuel, che amava alla follia. Insieme, si sono messi in marcia verso un futuro di pace, di serenità, fatto da un lavoro onesto, da un altro bambino magari, quello che Chinyery aveva in pancia e che sognava di dare alla luce in un territorio libero e in pace. Ma quel viaggio, così pieno di speranza e paura, si è rivelato fatale anche per il suo secondo bambino, che custodiva teneramente dentro di sé. Era troppo fragile per sopravvivere al pestaggio furioso di quella sera, quando lei ed Emmanuel erano appena saliti sul barcone. Erano in cinque, gliel’hanno portato via, insieme a un altro pezzetto dei suoi sogni, del suo futuro. Ma Chinyery è forte ed è sopravvissuta grazie ai soccorsi arrivati giusto in tempo, su quell’atomo di disperazione disperso nel Mediterraneo. Chinyery non si è arresa al dolore ed è andata avanti, tenendo gli occhi fissi sull’orizzonte, stringendo forte la mano del suo compagno, la sua stella polare, l’ultima luce di speranza rimasta a brillare in un cimitero di devastazioni. E finalmente, dopo sette interminabili mesi di viaggio, sono arrivati in Italia, col sogno di ottenere lo status di rifugiati e di ricostruire quella vita che a Boko Haram gli era stata negata. Chinyery voleva completare gli studi universitari in medicina, Emmanuel voleva trovare lavoro e imparare a leggere e scrivere in italiano. Desideri piccoli, modesti, racchiusi da una casa, nutriti dalla fede cristiana. Giravano per le parrocchie, a raccontare la loro storia, il loro viaggio, sempre insieme, inseparabili. Il 6 gennaio, per suggellare il loro amore, in attesa di ricevere i documenti, si sono sposati con rito religioso nella chiesa di San Marco alle Paludi, a Fermo.

Poi è arrivato quel giorno, quel terribile 7 luglio, in cui un uomo ha insultato Chinyery, definendola una “scimmia”. Emmanuel, che l’amava alla follia, che la considerava la donna più bella del mondo, non ha potuto fare altro che difenderla. Ed è allora che si è scatenata la furia di un uomo, Amedeo Mancini, che probabilmente si nutriva da tempo di rabbia, frustrazioni e falsità, come il fatto che i neri vengono a rubare i lavoro agli italiani, che sono inferiori, che sono tutti criminali e stupratori. Forse pensava di fare “un favore alla comunità”, uccidendo a calci un uomo di colore, “uno dei tanti che arrivano in Italia”. Pulizia etnica. Un ritornello terribile, che dà i brividi, perché l’abbiamo già sentito. Quello che Amedeo non ha pensato è che sotto la durezza dei suoi calci c’era un uomo onesto, fedele, innamorato, pieno di buona volontà e di progetti, e che ad assistere alla scena, poco in disparte, urlando disperata, c’era una donna onesta, fedele, innamorata, piena di buona volontà e di progetti. Mentre lui, che calciava senza pietà, in quel momento si è rivelato più simile a una bestia.

Dopo quel giorno, Chinyery è rimasta anche senza la sua stella polare. Emmanuel non ce l’ha fatta e, anche lui, l’ha lasciata su questo mondo così crudele e ingiusto. Ma Chinyery non è sola, perché ha la fede, ha il cuore pieno d’amore, ha il supporto delle suore della confraternita Piccole Sorelle Jesus Caritas e ha la stima e il rispetto di tutti noi, che conosciamo la sua storia. Chinyery avrebbe potuto gridare vendetta, avrebbe potuto maledire chi le ha portato via i suoi cari, avrebbe potuto diventare violenta e cattiva. Invece ha scelto l’altra strada, quella del perdono e dell’amore. Anche se la vita le ha tolto tutto, lei non si stanca di dare. Perciò ha acconsentito a donare gli organi di Emmanuel, che andranno a salvare altre vite, di altri padri, di altri figli. Perciò vuole andare in carcere a trovare Amedeo Mancini, per parlarci e capire il perché di tanta violenza.

Quello che Chinyery ci ha insegnato è che il mondo, la vita, vanno avanti grazie all’amore di chi non si stanca mai di dare e di perdonare, nonostante i dolori immensi che subisce e accumula nel cuore. Ci ha insegnato che non si è mai troppo depressi, troppo “sfortunati”, troppo stanchi per amare il prossimo. E che la differenza tra la civiltà e l’inciviltà, tra l’uomo e la bestia, non la fa il colore della pelle o il paese di provenienza, ma ciò che abbiamo nel cuore.

Susanna Ciucci

Nata a Milano, laureata in Lettere Moderne e in Media Management, frequento il Master in International Screenwriting and Production all’Università Cattolica. Credo fermamente nel potere delle parole. L'ottimismo e l’inestinguibile voglia di dire la mia mi hanno portato ad aprire un blog “Outside the box. Pensare oltre”. E, dulcis in fundo, ho appena tirato fuori dal cassetto il mio primo libro, DISEGNI TRA LE NUVOLE (L'Erudita, 2016), una raccolta di racconti che vuole tenervi "col naso all'insù".